Le prime rappresentazioni queer nel cinema coreano sono allusive o sottomesse a censura e vengono spesso relegate a ruoli stereotipati o comici. Dagli anni ’90, con l’emergere del movimento per i diritti LGBT in Corea del Sud, le diventano più esplicite e sfumate.

Il cinema queer nasce all’interno di un’industria incentrata sugli uomini. Fin da subito, si prediligono perciò storie gay con protagonisti di genere maschile e di bell’aspetto. Alle altre identità queer non viene invece dedicata la stessa attenzione.

Il cinema queer indipendente

Mentre il cinema coreano mainstream tende ad aderire a narrazioni convenzionali ed eteronormative, i cineasti queer indipendenti non hanno paura di spingere i confini e sfidare lo status quo, creando film che sono sia stimolanti che di impatto sociale.

Tra i suoi tanti obiettivi artistici, è interessante notare come il cinema queer indipendente coreano cerchi di ridefinire la nozione di spazio e identità attraverso, ad esempio, la riappropriazione simbolica degli spazi urbani, dando così vita ad un “queerspace” rivoluzionario che si pone come obiettivo la decostruzione della realtà eteronormativa.

Le “cose” nel cinema queer di Kim Kyung-mook

Uno dei registi che più si è contraddistinto all’interno del panorama cinematografico queer indipendente è Kim Kyung-mook. Apertamente gay, fin da giovane il regista è spesso vittima di bullismo. Inoltre, in quanto pacifista, rifiuta il l servizio militare, venendo così incarcerato nel 2015. Queste esperienze personali di violenza, omofobia e pregiudizio sciovinista rendono le persone socialmente emarginate i soggetti preferiti del suo cinema.

Things Trilogy

Nasce così la sua trilogia intitolata Things Trilogy, laddove il sostantivo “things (/cosa)” sta ad indicare i processi disumanizzanti messi in atto dalla società coreana nei confronti di certe categorie sociali.

In particolare, Stateless Things (2011) problematizza la logica del progresso e dello sviluppo promossa dalla Corea del Sud, utilizzando la rappresentazione della queerness per evidenziare come coloro che si discostano dalla logica eteronormativa siano intenzionalmente emarginati e discriminati, al punto tale da non essere politicamente riconosciuti come veri e propri cittadini dallo Stato.

Fare politica attraverso il cinema

Si nota dunque una tendenza netta, soprattutto da parte delle produzioni queer indipendenti coreane, a considerare l’arte cinematografica come strumento per fare politica, per denunciare e sensibilizzare in merito alle tematiche LGBTQIA+. La sala cinematografica si trasforma, dunque, in uno spazio in cui dare visibilità a tutte quelle problematiche spesso marginalizzate o escluse dal discorso pubblico.

Tutt’oggi, il cinema queer coreano offre una piattaforma importante per le voci e le esperienze LGBTQIA+ in una società che sta ancora facendo i conti con l’accettazione delle identità non conformi ai canoni dettati dall’eteronormatività.


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