Il 26 luglio 2024 è uscito su Netflix il film sudcoreano di fantascienza Wonderland, diretto da Kim Tae-yong. Con un cast stellare che include Suzy Bae, Park Bo-gum, Tang Wei, Jung Yu-mi, Choi Woo-sik e Gong Yoo, Wonderland esplora le profondità dell’animo umano e le possibilità infinite della tecnologia, o quantomeno ci prova. Il film, infatti, uscito nelle sale coreane il 5 giugno 2024, a livello nazionale non ha riscosso grande successo, fallendo addirittura nel raggiungere il break-even point. Dopo averlo visionato, possiamo comprenderne, purtroppo, i motivi. 

Il film è ambientato in un futuro non troppo lontano, dove un’app chiamata Wonderland permette di “riportare in vita” i defunti o i comatosi, creando una loro simulazione virtuale e offrendo così alle persone un modo per continuare a comunicare con loro. Wonderland promette di colmare il vuoto lasciato dalla morte, generando un’illusione di immortalità. Fin da subito quindi, il film solleva degli interrogativi interessanti e attuali, a cui, in passato, altre produzioni cinematografiche e televisive già si erano interessate – vedi il film Her (2013) o la serie tv Black Mirror: San Junipero (2016). In particolare, riguardano la relazione tra uomo e tecnologia: fino a che punto l’IA può replicare la coscienza umana e fino a che punto è etico manipolare i ricordi e le emozioni delle persone? Quali sono i limiti della tecnologia nel lenire il dolore? Tuttavia, nonostante le buonissime premesse di trama, il film non riesce né a dare risposte precise alle domande che pone né, quantomeno, a fornire abbastanza spunti di pensiero coerenti e tali per cui lo spettatore possa formulare una propria idea in merito alle questioni affrontate. 

Trailer del film

Personaggi poco delineati e troppe questioni lasciate in sospeso

Le problematiche principali del film, nonché causa del mancato raggiungimento dell’obiettivo narrativo, sono da individuarsi nella sceneggiatura. Il film racconta storie diverse di persone diverse che, chi per un motivo chi per un altro, cercano tutte di fuggire dal dolore delle proprie perdite su Wonderland. Tuttavia, questi racconti faticano a trovare coesione tra di loro, dando così vita ad una narrazione sconnessa, che fallisce nel dare la giusta profondità ai propri personaggi, impedendo dunque allo spettatore di empatizzare con loro. Una storia che doveva emozionare e commuovere, altro non fa che lasciare indifferenti. Inoltre, non solo il background dei personaggi è poco – per non dire per nulla – approfondito, ma anche lo sviluppo dei loro archi narrativi presenti viene trascurato. Troppi sono infatti i buchi di trama e le questioni irrisolte. 

Tra le protagoniste di Wonderland troviamo Jung-in (Suzy), un’assistente di volo che si aggrappa alla speranza di ricongiungersi con il suo compagno in coma, Tae-ju (Park Bo-gum), grazie alla tecnologia innovativa di Wonderland. Nel mondo virtuale, Tae-ju è un coraggioso astronauta, mentre nella realtà è un uomo in lotta per la vita. Un giorno Tae-ju si risveglia dal coma, ma quella con cui Jung-in deve fare i conti è una versione diversa e più maldestra del fidanzato. è a questo punto, il personaggio di Jung-in sembra subire un’evoluzione incoerente. Dopo aver atteso con tanta pazienza e dedizione il risveglio di Tae-ju, la sua reazione alla nuova personalità del compagno appare piuttosto passiva: perché sembra arrendersi così presto all’idea che il loro rapporto non sarà mai più come quello di un tempo? L’introduzione di una nuova personalità per Tae-ju sembra quindi un espediente narrativo volto a creare un conflitto romantico e a prolungare la tensione drammatica. Tuttavia, questo elemento non è ben integrato nella trama e non è supportato da una caratterizzazione adeguata dei personaggi, risultando quindi artificioso e poco convincente. Il pubblico fatica a immedesimarsi nei sentimenti di Jung-in perché non viene data sufficiente motivazione per spiegare la sua reazione alla nuova situazione. La sua sofferenza appare più come un cliché narrativo che come un’esperienza autentica.

Parallelamente, seguiamo anche la storia di Bai Li (Tang Wei), una giovane madre cinese, che desidera continuare ad avere un rapporto con sua figlia anche dopo la propria morte, presentandosi a lei come un’archeologa in missione in Medio Oriente. Bai Li, ben presto, introduce una complessità inaspettata alla trama. Mentre le altre simulazioni sono assolutamente inconsapevoli della loro natura artificiale, Bai Li sviluppa una coscienza critica, rendendosi conto di essere una mera replica digitale, generando un vero e proprio “bug” nel sistema. Tuttavia, alla fine del film, ci si chiede – senza trovare risposta – come abbia fatto Bai-Li a “svegliarsi” dalla simulazione e che conseguenze implica, effettivamente, tutto ciò.

Nel frattempo, si intercettano anche gli ideatori di Wonderland, Hae-ri (Jung Yu-mi) e Hyeon-soo (Choi Woo-sik) che fungono da tramite tra le varie storie, connettendo le esperienze di Jung-in e Bai Li. La loro presenza permette di esplorare le implicazioni etiche della creazione di Wonderland e di sollevare interrogativi sul potere della tecnologia. Ad esempio, la scoperta da parte di Hyeon-soo dell’identità del padre attraverso Wonderland rappresenta per lui un dilemma personale ed etico molto forte. Tale questione lascia però dell’amaro in bocca, in quanto le vengono dedicati solo pochi minuti di screentime. 

Ad ogni modo, una nota positiva in Wonderland c’è e sono le interpretazioni degli attori. Potenzialmente, un cast eccezionale può salvare un film mediocre, ma non può mai riscrivere una sceneggiatura debole. In questo caso, sembra che gli attori abbiano fatto del loro meglio, ma la sceneggiatura non li ha supportati al meglio. Il film, pertanto, non beneficia della presenza dei grandi nomi che ha reso suoi protagonisti.

Un potenziale sprecato

Un film con un cast così talentuoso e una premessa interessante come quella di Wonderland aveva chiaramente un potenziale enorme, che, purtroppo, non è stato completamente sfruttato. Il desiderio di avanzare interrogativi di natura etica e morale riguardo il rapporto tra intelligenza artificiale e uomo è evidente; tuttavia, la sceneggiatura frammentata e i personaggi anonimi impediscono alla narrazione di approfondire tali questioni e quindi di stimolare pensieri a riguardo da parte dello spettatore. 


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