
Credit George Silk/Life Magazine, via The LIFE Picture Collection, via Getty Images
Un po’ di storia
Ogni volta che una nazione viene colonizzata, non si tratta solo di un’invasione territoriale o politica. La colonizzazione porta con sé anche un’aggressione invisibile ma profonda: quella all’identità culturale. Questo è esattamente ciò che accadde alla Corea dopo l’annessione al Giappone nel 1910. L’obiettivo del Giappone non era solo sfruttare le risorse economiche della Corea, ma anche rimodellare la sua identità, assorbendola nel proprio sistema coloniale. L’influenza giapponese si diffuse ovunque: nell’economia, nella politica, nella cultura e persino nelle scuole.
In questo clima di controllo, l’intrattenimento, e in particolare la musica, divenne un’arma potente per l’indottrinamento ideologico. L’educazione musicale venne piegata agli scopi del regime: non si trattava solo di insegnare melodie, ma di inculcare valori giapponesi e soffocare la cultura coreana. Scuole, teatri e registrazioni musicali divennero i principali mezzi di diffusione di questa propaganda.
Uno degli strumenti più efficaci fu il changga, un genere musicale giapponese influenzato da ritmi occidentali. Questo genere venne introdotto già nei primi anni dell’occupazione, direttamente nelle scuole. Negli anni ’30, mentre il Giappone si trasformava in uno stato militarista a seguito della Grande Depressione, le canzoni patriottiche giapponesi divennero protagoniste nei testi scolastici, usate per forgiare un senso di fedeltà all’impero. Gli studenti coreani, quotidianamente esposti a queste canzoni, finirono per assorbire l’identità giapponese, allontanandosi sempre più dalle loro radici.
Ma la repressione culturale non si fermava ai banchi di scuola. Nel 1933, il governo giapponese intensificò il controllo sulla musica coreana, vedendo nelle canzoni tradizionali una potenziale minaccia. Temendo che queste melodie potessero alimentare un sentimento nazionalista, l’Office of Police Matters intervenne, imponendo una censura rigida. Le canzoni considerate “sovversive” vennero bandite, i dischi distrutti con la scusa che fossero “indecenti” o “pericolosi per l’ordine pubblico”. Anche le esibizioni dal vivo furono colpite: o venivano vietate, oppure obbligate a includere elementi musicali giapponesi.
Le origini del Trot: dagli anni ’30 agli anni ’50
Fu in questo clima che nacque il trot. Il termine deriva dal “foxtrot”, un genere di musica da ballo molto popolare in Nord America. Durante l’occupazione giapponese, il trot era inizialmente chiamato yuhaengga, che significa semplicemente “canzone popolare”. Il genere si diffuse prima ancora che il termine trot venisse ufficialmente adottato negli anni ’50. Anche se non è chiaro quando il nome sia diventato di uso comune, il trot si affermò tra i ritmi occidentali dell’epoca, come mambo e tango, evolvendosi però come un genere indipendente.
L’origine del trot rimane un tema acceso di dibattito: c’è chi lo vede come un’evoluzione della musica tradizionale coreana, mentre altri lo collegano all’influenza dell’enka giapponese, un genere che mescolava elementi della tradizione giapponese con sonorità occidentali, sviluppatosi contemporaneamente al trot. Tuttavia, nonostante le somiglianze con l’enka (musica tradizionale giapponese melodrammatica), il trot si distinse come una forma musicale unica, permettendo ai coreani di esprimere le loro emozioni e sofferenze durante l’occupazione giapponese.
Il trot definì i suoi standard musicali a livello di ritmo, tempo e tecnica vocale grazie alla canzone Tears of Mokpo di Lee Nan-young, del 1935. Questo brano, che utilizzava un metro binario e una scala pentatonica in tonalità minore, divenne immediatamente iconico. Apparentemente, parlava di una donna che, al porto di Mokpo, giurava fedeltà al suo amato. Ma in realtà, la canzone esprimeva la rabbia e il dolore dei coreani verso l’occupazione giapponese che li privava della loro patria.
I coreani, all’epoca, adottarono Tears of Mokpo come una sorta di inno nazionale, riconoscendo in essa un simbolo del loro spirito di resistenza. Grazie a canzoni come questa, il trot diventò un veicolo per creare una comunità unita dal dolore condiviso e dalla voglia di riscatto.
Dopo l’indipendenza della Corea, il trot subì una metamorfosi. Le melodie malinconiche in tonalità minore lasciarono spazio a tonalità maggiori, rendendo il genere più luminoso e leggero. Col tempo, il trot si integrò nella tradizione musicale coreana, ma la sua origine giapponese continuò a sollevare polemiche. Un esempio lampante è la controversia che circondò “Camellia Lady” di Yi Mija, che ebbe un successo travolgente, dominando le classifiche per ben trentacinque settimane. Nonostante il brano fosse considerato “troppo giapponese” e temporaneamente bandito, Yi Mija continuò a riscuotere un enorme successo.
Negli anni ’70 e ’80, il trot attraversò una nuova fase di popolarità grazie ad artisti come Sim Supong e Chu Hyunmi, che modernizzarono il genere e lo avvicinarono al grande pubblico. Sim Supong, nonostante la sua carriera brillante, fu per un periodo costretta a interrompere le esibizioni a causa del suo coinvolgimento indiretto nell’assassinio del presidente Park Chung Hee. In quegli anni, emerse anche la figura di Cho Yongpil, che pur non essendo esclusivamente un artista trot, conquistò le classifiche con il brano “Come Back to Pusan Harbor” del 1976. Questa canzone non solo divenne un hit in Corea, ma riscosse grande successo anche in Giappone, segnando un altro momento importante nella storia del trot.
Se sei un fan di K-drama, probabilmente ricorderai questo nome: Cho Yongpil viene citato più volte in Welcome to Samdal-ri, dove il protagonista, interpretato da Ji Chang-wook, porta proprio il suo nome.
Il trot, nato come espressione di resistenza culturale, negli anni ’80 si trasformò in una pura forma di intrattenimento, ormai svincolato dalle sue radici nazionaliste. Le sue canzoni cominciarono a risuonare nelle discoteche, nei cabaret e nelle famose sale karaoke, diventando un simbolo di spensieratezza e divertimento.
Negli anni 2000, il trot conosce una rinascita grazie all’interesse delle nuove generazioni e al coinvolgimento di artisti K-pop. Gruppi come Super Junior e Big Bang rivisitano il genere, portandolo nei karaoke e negli spettacoli TV. Il trot moderno mescola tradizione e innovazione, mantenendo vive le sue radici, ma adattandosi ai gusti del pubblico contemporaneo.
Oggi, mentre il trot mantiene una nicchia di fan affezionati, è chiaro che il suo spirito ha influenzato la nascita e l’evoluzione del K-pop. Se il trot ha gettato le basi per un’espressione musicale che rifletteva l’identità coreana, il K-pop ha preso quell’energia e l’ha proiettata a livello globale, mescolando ritmi occidentali con melodie coreane e dando vita a un fenomeno musicale che ha conquistato il mondo intero.
Fonti:
Alexander Chee, The New York Times (2020), My Family’s Shrouded History Is Also a National One for Korea
Jacob Miller, History Collection (2017), 23 Photographs of the Japanese Occupation of Korea and the Liberation
Atkins, E.T (2010). Primitive Selves: Korean in the Japanese Colonial Gaze, 1910-1945 (Colonialism). University of California Press.
Chang, Yujeong (2016) A study on the traditionalism of “trot” – Yi Nanyǒng’s “Tears of Mokp’o”, Journal of Marine and Island Cultures, 5:1, pp. 60-67, ISSN 2212-6821, https://doi.org/10.1016/j.imic.2016.04.002.











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