Lee Bul è una delle artiste contemporanee più importanti della Corea del Sud, ampiamente riconosciuta per le sue opere provocatorie, futuristiche e spesso inquietanti che esplorano i temi dell’utopia, della distopia, della tecnologia e del corpo umano. La sua arte attraversa molte discipline, tra cui la scultura, l’installazione, la performance e l’architettura, ed è spesso situata all’intersezione tra fantascienza, critica femminista e post-umanesimo.

Un’infanzia piena di restrizioni

«Sono nata negli anni ’60 in Corea del Sud, sotto la dittatura militare del Paese. Sono diventata maggiorenne durante un periodo di incredibile sconvolgimento sociale ed economico, segnato dalla transizione verso uno Stato democratico. Questo cambiamento politico vissuto nel corso della mia vita ha influenzato gran parte del mio lavoro.» – Lee Bul

Lee Bul, figlia di attivisti di sinistra durante la dittatura militare in Corea del Sud, ha avuto un’infanzia segnata da difficoltà e restrizioni. La famiglia era costantemente sorvegliata dalla polizia e, a causa dei frequenti arresti dei genitori, Lee si trovava spesso a prendersi cura dei suoi fratelli, vivendo spostamenti continui e un clima di instabilità. A scuola, essendo mancina, veniva forzata con metodi duri a usare la mano destra, subendo ulteriori limitazioni fisiche e psicologiche.

Questo contesto di repressione ha alimentato in lei un profondo desiderio di riscatto e rinascita, che si è concretizzato nel suo percorso artistico.

Femminismo e Corpo Femminile

Negli anni ’80, dopo aver terminato gli studi in architettura all’università, Lee Bul ha iniziato la sua carriera artistica con performance di strada in cui indossava “sculture morbide” mostruose, ovvero costumi con protuberanze e viscere penzolanti. Lee, travestita da mostro, camminava per la città e, tra i passanti, gridava per attrarre l’attenzione su di sè. Queste performance volevano esplorare il delicato rapporto tra la corporeità umana e la società coreana nel post-dittatura.

I suoi primi lavori sono caratterizzati da una forte critica all’autorità patriarcale e all’emarginazione delle donne. Una delle sue opere più emblematiche è Sorry for Suffering – You Think I’m a Puppy on a Picnic? (1990): critica femminista alla società patriarcale asiatica, che esercita un controllo opprimente sul corpo femminile.

Altro esempio è invece Abortion (1989), performance che l’artista realizza presso il Dongsoong Art Center di Seoul, in cui, appesa nuda e a testa in giù, affronta il tema tabù dell’aborto in Corea del Sud, sfidando i confini tra il personale e il politico, il privato e il pubblico.

Il corpo cibernetico

Dopo essersi dedicata per quasi un decennio alle performance, negli anni ’90 Lee inizia a produrre sculture, è così nasce la serie Cyborg (1997-2011).

Uno degli elementi distintivi del lavoro di Lee Bul è, infatti, il suo interesse per il corpo cibernetico, un tema che l’artista ha esplorato a fondo attraverso Cyborg.

In queste opere, frammenti di corpi femminili sembrano fondersi con elementi meccanici, creando figure ibride a metà tra l’umano e il robotico. Le sue sculture sono spesso incomplete – prive di arti, teste o altre parti del corpo – suscitando un senso di inquietudine e ambiguità. Queste figure robotiche e sessualizzate fanno riferimento alla lunga storia della figurazione delle forme umane – principalmente quelle femminili -, dalla scultura classica dell’antica Grecia e Roma alla rappresentazione contemporanea nei manga e nel cinema.

Infatti, l’arte di Lee Bul non si allontana mai dalla critica femminista alla società patriarcale, di cui, in questa serie, denuncia la tendenza all’oggettificazione sessuale e alla mercificazione del corpo femminile.

Queste figure evocano una riflessione sulla relazione tra tecnologia e corporeità. Con esse, Lee Bul non celebra semplicemente l’avvento del post-umano; le sue opere, con il loro aspetto frammentario, suggeriscono piuttosto una crisi identitaria e una critica alle visioni idealistiche di un corpo perfettamente potenziato dalla tecnologia. Le sue sculture sono rappresentazioni vulnerabili e spesso disturbanti, in netta opposizione alla tradizionale estetica del cyborg come simbolo di potere e controllo.

Lee Bul | Cyborg W1-W4 (1998)

Il suo personale “Cyborg Manifesto”

Osservando i cyborg di Lee Bul, è impossibile non pensare al celebre “Cyborg Manifesto” di Donna Haraway, filosofa e femminista statunitense, nonché una delle principali voci delle “teorie post-umane”.

A metà degli anni ’80, Haraway inizia ad utilizzare la figura del cyborg come metafora per sfidare le dicotomie tradizionali tra natura e cultura, umano e macchina, e soprattutto per rifiutare le rigide categorie di genere e identità. È evidente come questo concetto trovi una forte risonanza nel lavoro di Lee Bul.

Le sculture frammentarie di Lee Bul, che fondono corpo umano e macchina, incarnano infatti il superamento di queste divisioni, evocando un essere ibrido che non è né pienamente umano né completamente tecnologico. Proprio come il cyborg di Haraway, le creature di Lee Bul non sono semplici simboli di progresso tecnologico, ma figure critiche che mettono in discussione le gerarchie di potere, la disumanizzazione e i confini imposti dalla società patriarcale. Le opere di Lee esplorano, attraverso l’estetica del corpo frammentato, la tensione tra vulnerabilità e potere, rivelando come il corpo femminile possa essere un campo di resistenza contro i modelli culturali dominanti.

Come il Cyborg Manifesto, anche le opere di Lee propongono un nuovo modo di concepire il corpo e il potere, suggerendo una forma di esistenza che trascende le strutture patriarcali e oppressive.

Utopia e Distopia

Un altro aspetto centrale nel lavoro di Lee Bul è la sua esplorazione del concetto di utopia e la sua ineluttabile trasformazione in distopia, che l’artista affronta da un punto di vista principalmente architettonico.

Nelle sue installazioni, l’artista trae ispirazione dai movimenti utopici del XX secolo, in particolare dall’architettura modernista e dalle teorie avanguardistiche, che, nati con l’intento di migliorare la società attraverso l’architettura e la tecnologia, spesso si sono trasformati in fallimenti, portando oppressione e autoritarismo.

Le sue costruzioni, spesso sospese nel vuoto o incomplete, richiamano i paesaggi urbani futuristici visti in film come Blade Runner o Akira, dove le città appaiono allo stesso tempo avanzate e decadenti.

In opere come Mon grand récit: Weep into stones… (2005), Lee Bul crea strutture architettoniche monumentali che sembrano appartenere a un paesaggio futuristico ormai in rovina. Il lavoro richiama le grandi visioni utopiche dell’architettura del passato, come il costruttivismo sovietico, ma mostra anche come queste idee siano destinate a crollare (basti pensare a Pyongyang, capitale della Corea del Nord, esempio reale di tale concetto).

In questa serie, l’artista costruisce strutture architettoniche in bilico tra maestosa modernità e invitabile decadenza: è questione di attimi prima che l’intero progetto crolli. Questo equilibrio precario tra costruzione e distruzione è una costante nel suo lavoro: attraverso di esso, Lee riflette non solo sulle promesse fallite della modernità, ma anche sulla natura transitoria e fragile delle costruzioni umane.

Lee Bul rappresenta una figura cruciale nell’arte contemporanea, capace di combinare una forte critica sociale e politica con un’estetica ispirata alla fantascienza e alla tecnologia. Le sue opere, che spaziano dalla rappresentazione del corpo cibernetico alla costruzione di paesaggi utopici in rovina, ci invitano a riflettere sul nostro rapporto con la tecnologia, il potere e l’idea stessa di futuro. Con la sua capacità di unire la bellezza formale alla complessità concettuale, Lee Bul continua a esplorare i limiti del corpo, della mente e della società in un mondo sempre più tecnologizzato e incerto.

[fonti: https://sabukaru.online/articles/lee-bul-sorry-for-suffering, https://en.wikipedia.org/wiki/Lee_Bul#6._Mon_grand_r%C3%A9cit, https://www.labiennale.org/it/arte/2019/partecipanti/lee-bul, https://www.tatlerasia.com/lifestyle/arts/ph-lee-bul-exhibition-seoul-museum-of-art]


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