
L’adozione è un tema profondo e controverso in Corea del Sud, dove decine di migliaia di bambini sono stati adottati, sia all’interno del paese sia all’estero, soprattutto a partire dagli anni ’50. La storia dell’adozione coreana è fortemente influenzata dal contesto post-bellico, dalle difficoltà economiche e dalla stigmatizzazione delle madri single. Questa dinamica si riflette anche nei media coreani, dove l’adozione è stata rappresentata con sfumature diverse, che negli anni recenti sono cambiate, portando il cinema a offrire una prospettiva più complessa e sfaccettata di queste storie.
Il problema delle adozioni
Un anno dopo la fine della Guerra di Corea nel 1953, il Paese avvia una campagna massiccia di adozioni internazionali per trovare una nuova famiglia a bambini rimasti orfani o senza casa a causa del sanguinoso conflitto. Questa operazione, supportata anche da accordi umanitari con gli Stati Uniti, porta la Corea del Sud a guadagnarsi il titolo di “baby supplier,” o “fornitore di bambini.” Centinaia di migliaia di bambini coreani vengono adottati da famiglie statunitensi ed europee, rendendo la Corea il primo esportatore di bambini al mondo, una posizione che il Paese ha mantenuto per decenni.
Tuttavia, a ridosso delle Olimpiadi di Seul del 1988, il governo coreano inizia a collaborare con le agenzie di adozione per limitare il numero di bambini inviati all’estero, cercando di migliorare la propria immagine internazionale e ridurre la percezione di “esportatore di bambini.” Durante questo periodo, gli sforzi si concentrano sul promuovere le adozioni domestiche. Questi sforzi continuano anche negli anni ’90, con politiche pubbliche e campagne di sensibilizzazione per incoraggiare le adozioni interne e ridurre il numero di adozioni internazionali. Nel 2006, la Corea del Sud istituisce la Giornata delle Adozioni, celebrata l’11 maggio, e introduce misure di sostegno per le famiglie adottive, nel tentativo di dare al tema dell’adozione una connotazione più positiva all’interno della stessa società coreana.
Nonostante questi sviluppi, l’adozione rimane un argomento delicato e controverso in Corea, in parte a causa di profondi stereotipi e pregiudizi legati al concetto di famiglia. La società coreana è fortemente influenzata dal Confucianesimo, che dà valore alla continuità delle linee di sangue e alla trasmissione del lignaggio familiare. La visione confuciana della famiglia si basa su un sistema gerarchico di legami di sangue che stabilisce obblighi reciproci tra genitori e figli e dà forma all’identità individuale e collettiva. In questo contesto, i bambini adottivi, che non condividono il patrimonio genetico dei genitori adottivi, possono essere percepiti come “estranei” all’interno del nucleo familiare. Questo attaccamento ai legami di sangue crea una sorta di resistenza culturale all’adozione. Molte famiglie adottive, per evitare il giudizio della comunità, cercano di nascondere l’adozione, facendo finta che il bambino adottato sia biologico. Al contempo, per alcuni genitori adottivi si presenta il rischio di non vedere il bambino adottato come “propriamente” loro, il che crea problemi di accettazione e di integrazione.
L’adozione sullo schermo
Essendo un tema profondamente radicato nella storia della Corea, l’adozione è frequentemente esplorata nel cinema e nella televisione del Paese. Tuttavia, le narrazioni attorno a questo argomento risultano spesso problematiche, in particolare nelle produzioni televisive destinate al grande pubblico.
Basti pensare alla frequenza con cui, nei k-drama, l’adozione è utilizzata come semplice espediente narrativo per conferire ai protagonisti un passato drammatico. Molte serie tendono a trattare la questione con superficialità, presentando ad esempio adulti adottati che, al ritrovamento dei genitori biologici, perdonano facilmente gli errori del passato (come in Oh My Venus), oppure adottati internazionali che tornano in Corea sperimentando uno shock culturale minimo e apparentemente senza barriere linguistiche (come in Her Private Life). In questi racconti, il dramma e il percorso emotivo dei protagonisti adottati vengono spesso semplificati, sacrificando la complessità dell’esperienza adottiva per esigenze di trama o per rafforzare valori nazionalisti.
Anche il cinema, in molti casi, ha perpetuato queste rappresentazioni riduttive, spesso preferendo centrare il punto di vista dei genitori adottivi. Non sono rari i film in cui la voce degli adottati viene oscurata per dare risalto al “viaggio di crescita” dell’adottante – tipicamente bianco – verso una forma di “santità finale”. Gli adottati sono spesso ridotti a ruoli stereotipati: il bambino miracoloso, il changeling, il povero orfano bisognoso di salvezza, il bambino riconoscente, il disturbato alla ricerca disperata della famiglia di nascita. Questi personaggi, privati di una propria complessità e interiorità, diventano strumenti bidimensionali per la narrazione del protagonista adulto, rafforzando una visione paternalistica dell’adozione.
A contrastare queste rappresentazioni semplificate e unidimensionali sono però alcuni registi, coreani e internazionali, che hanno deciso di esplorare il tema dell’adozione in e dalla Corea in modo più autentico e sfaccettato. Attraverso le loro opere, questi autori cercano di rappresentare con sensibilità le esperienze di chi è stato adottato, mostrando le loro lotte interiori, il loro percorso di identità e l’intricato rapporto con le radici familiari e culturali. Di seguito, vediamo insieme alcuni esempi significativi di queste opere.
Acacia – adozioni e cinema horror

Un primo esempio interessante è rappresentato dal film Acacia (regia di Park Ki-hyeong, 2003), un horror psicologico che esplora le tensioni latenti nella famiglia coreana attraverso la storia di una coppia e del loro figlio adottivo.
Come spesso accade nel genere horror, la “normalità” è minacciata da una figura percepita come “altra,” e la normalità, in questo caso, è rappresentata dalla famiglia tradizionale e dalla sua integrità di legami di sangue. La “minaccia,” invece, è costituita dal figlio adottivo, percepito come un elemento che sovverte l’ordine naturale delle cose, una forza che sfida i valori e le convenzioni sociali. In un contesto culturale come quello coreano, in cui la visione confuciana della famiglia stabilisce rigide gerarchie e profonde relazioni di sangue, l’adozione si rivela una questione problematica: l’inclusione di un estraneo nella famiglia è vista come una potenziale frattura dell’equilibrio familiare.
L’impatto di questa dinamica viene amplificato in Acacia, film che sfrutta la struttura del genere per mettere in luce il disagio e la discriminazione che possono accompagnare l’adozione domestica, rivelando il conflitto tra l’apparente inclusività della famiglia e i pregiudizi nascosti. La narrazione si svolge come un thriller psicologico che denuncia l’ipocrisia borghese e mette a nudo i classici preconcetti nei confronti dei figli adottati rispetto a quelli biologici.

Adozioni di coreani all’estero: Ritorno a Seoul e i documentari di Deann Liem
«Ritorno a Seul è un film con cui so che molti adottati coreani possono davvero relazionarsi», afferma il ricercatore dell’Università di Karlstad Tobias Hübinette, un adottato coreano che studia la rappresentazione culturale dell’adozione e degli adottati in relazione alla Corea.
L’adozione internazionale, che ha riguardato decine di migliaia di bambini coreani, trova una rappresentazione intima e struggente in Ritorno a Seoul (2022) di Davy Chou. Il film segue Freddie, una giovane donna adottata da una famiglia francese, che ritorna in Corea per cercare di ricostruire la propria identità e riconnettersi con le proprie radici. Questo viaggio di ritorno, però, si rivela una sfida emozionale. Freddie si scontra con il proprio senso di appartenenza, sentendosi straniera sia in Corea, il suo paese natale, sia in Francia, il paese adottivo. La pellicola affronta così il tema della doppia identità e della continua ricerca del proprio posto nel mondo, comune a molti adottati internazionali.


Inoltre, sono anche i documentari di Deann Liem, come First Person Plural (2000) e In the Matter of Cha Jung Hee (2010), ad aggiungere ulteriore profondità alla comprensione dell’adozione internazionale. Da adottata coreana cresciuta negli Stati Uniti, Liem affronta le complessità dell’identità frammentata, del trauma e della ricostruzione del sé. I suoi documentari sono riflessioni intime sulle sfide incontrate dagli adottati, spesso incapaci di riconciliarsi completamente con le loro origini o con la cultura del paese adottivo.


Broker – non è sempre tutto rosa e fiori
Infine, chiudiamo con Broker, film del 2022 del regista giapponese Hirokazu Kore-eda, il quale offre una narrazione che sembra voler mettere in discussione l’idea comune secondo cui l’adozione sia universalmente una “benedizione” per tutti i soggetti coinvolti.

Nonostante presenti delle cricità – soprattutto nella costruzione fin troppo clemente e perbenista dei suoi personaggi -, l’opera riflette chiaramente il diffuso disagio e la disapprovazione della Corea nei confronti dell’adozione internazionale, che spesso viene vista come una soluzione inevitabile ma imperfetta a un problema sistemico. In effetti, Broker sembra amplificare il sentimento diffuso di ambivalenza, se non di opposizione, verso il concetto di adozione internazionale e verso il mercato che ne deriva. Broker riesce a catturare in modo quasi metaforico la questione dell’illegalità legata al traffico di bambini, ma questa stessa rappresentazione rimanda a una realtà scomoda, quella dell’adozione come “mercato” all’interno di quella che viene spesso descritta come una pratica umanitaria. Dietro le adozioni c’è spesso una storia di violenze domestiche, abbandono da parte dei partner, devastazione economica e, soprattutto, una scarsità di supporto pubblico per le madri single, una realtà che, in Corea del Sud, persiste ormai da quasi settant’anni.


In questo senso, ci vediamo invece costrette a sottolineare quella che è una grossa criticità di Broker. Kore-eda, nel ritrarre una madre adolescente vulnerabile e bisognosa, finisce involontariamente per perpetuare la visione tradizionale e stigmatizzante delle madri naturali come figure instabili o problematiche. Questa rappresentazione sembra rafforzare l’idea che le madri single siano incapaci di crescere i loro figli senza il sostegno di un nucleo familiare convenzionale, una visione che non riflette pienamente la complessità delle circostanze che spesso le portano a scegliere l’adozione. Ad ogni modo, viste le buone intenzioni del film, lo riteniamo comunque un buon mezzo attraverso cui approfondire le implicazioni etiche e sociali legate alle adozioni.
Le adozioni in Corea sono un argomento complesso, ancora oggi fonte di dibattito e introspezione, sia per i singoli individui che per l’intera società. Sebbene il cinema coreano non abbia sempre trattato questo tema con accuratezza o sensibilità, negli ultimi anni si assiste a un’evoluzione che riflette una maggiore apertura e consapevolezza culturale. Film come Ritorno a Seoul e Broker, e documentari come quelli di Deann Borshay Liem, contribuiscono a una narrazione più empatica e realistica, offrendo punti di vista che aiutano a comprendere meglio le difficoltà e le sfumature di queste esperienze di vita.
[fonti: https://www.nytimes.com/2023/02/19/arts/return-to-seoul-davy-chou-laure-badufle.html, https://asiasociety.org/blog/asia/interview-new-film-korean-adoptees-search-roots-redefine-family-tree, https://www.koreatimes.co.kr/www/nation/2024/10/715_358566.html, https://mashable.com/article/broker-return-to-seoul-adoption?test_uuid=01iI2GpryXngy77uIpA3Y4B&test_variant=b,”Acacia and Adoption Anxiety in Korean Horror Cinema di Hye Seung Chung in Korean Horror Cinema (2013) edited by Alison Peirse and Daniel Martin]











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