La cinematografia coreana, conosciuta per le sue narrazioni intense e le tematiche complesse, ha visto negli ultimi anni emergere voci sempre più audaci e necessarie. Tra queste spicca Han Jay, una regista che si è distinta per la sua sensibilità e il coraggio nel raccontare storie legate alla comunità LGBTQI+. Attraverso una lente intima e spesso provocatoria, i film di Han esplorano il desiderio, l’identità e l’emarginazione, intrecciando trame che mettono in luce le sfide e le speranze della comunità queer in Corea del Sud, una società ancora attraversata da profonde contraddizioni culturali e sociali.

HAN JAY, la sua missione

Han Jay, regista laureata in Sceneggiatura alla Dankook University, ha deciso fin dagli esordi di portare sul grande schermo la comunità LGBTQI+, concentrandosi in particolare su coppie lesbiche. I temi affrontati nei suoi film, pur focalizzandosi su vicende specifiche, riflettono questioni universali di discriminazione e pregiudizio che l’intera comunità queer si trova a fronteggiare quotidianamente.

In un’intervista rilasciata a MyMovies nel marzo 2024, Han ha condiviso la sua visione artistica, che si intreccia profondamente con il suo impegno personale. La regista riconosce che, grazie alla maggiore diffusione dei mass media, in Corea del Sud si registra una crescente apertura verso le tematiche LGBTQI+. Tuttavia, nonostante i progressi, la realtà rimane difficile: molte coppie omosessuali vivono ancora nel timore e si nascondono per sfuggire al giudizio pubblico. È da questa consapevolezza che nasce la sua scelta di realizzare film dal forte impatto politico, usando il cinema come strumento per dar voce a chi spesso è costretto al silenzio, con l’obiettivo di cambiare la percezione sociale nei confronti dei gruppi emarginati.

La sua carriera è ancora giovane, avendo iniziato a dirigere il suo primo film solo nel 2020. Ad oggi, la sua filmografia conta due lungometraggi – Take Me Home (2020) e No Heaven, But Love (2024) -, di cui firma la regia. In questo articolo esploreremo entrambe le pellicole, concentrandoci sui messaggi che la regista ha voluto trasmettere attraverso ciascuna di esse.

Take Me Home: che cos’è una famiglia?

L’opera prima di Han Jay è Take Me Home, film del 2020 che esplora il tema dell’identità e della famiglia nel contesto della comunità LGBTQI+ in Corea del Sud.

Eun-soo e Ye-won, le due protagoniste, sono una coppia e da anni convivono in un piccolo appartamento, mantenendo un’apparente serenità nonostante il peso di una relazione che deve rimanere nascosta per via del contesto culturale in cui vivono. Proprio quando la loro ordinaria vita quotidiana sembra non finire mai, la parola “famiglia” arriva e minaccia la loro vita tranquilla. La loro routine viene infatti drammaticamente sconvolta quando Eun-soo, recatasi dalla sorella per la commemorazione della madre recentemente scomparsa, rimane coinvolta in un incidente stradale. Questo evento non solo le causa una paralisi permanente, ma porta alla perdita della sorella, lasciando Eun-soo con la responsabilità di crescere Su-min, la giovane nipote. Adattarsi alla nuova realtà si rivela un percorso difficile, con Eun-soo e Ye-won impegnate a gestire le sfide legate alla disabilità, alla genitorialità e al contesto sociale ostile. Nonostante tutto, le tre riescono a costruire un fragile equilibrio familiare. Tuttavia, questa nuova serenità viene minacciata quando un’assistente sociale, dopo aver interrogato Su-min sul legame tra Eun-soo e Ye-won, decide di allontanare la bambina, adducendo la necessità di un chiarimento prima di consentire un loro ricongiungimento.

Il centro focale della narrazione è rappresentato da una domanda (apparentemente) semplice: che cosa significa davvero essere una famiglia? Le due protagoniste riflettono spesso sul significato di questa parola, interrogandosi sulle possibilità che loro, in quanto coppia omesessuale, hanno – e avranno mai – di essere considerate tali, una vera famiglia. Per Eun-soo e Ye-won – come per tanti altri individui LGBTQI+ in Corea del Sud -, il desiderio di normalità e stabilità si scontra con il pregiudizio e le barriere che la loro condizione di coppia omosessuale impone. La loro è una lotta quotidiana non solo per il riconoscimento legale, ma per un’accettazione che superi le imposizioni culturali e le norme tradizionali.

Questo tema, lungi dall’essere confinato alla sola Corea del Sud, trova forti risonanze anche in Paesi come l’Italia, dove il cammino verso una piena accettazione delle identità queer e il riconoscimento delle unioni civili è ancora disseminato di ostacoli. Le preoccupazioni di Eun-soo e Ye-won, quindi, diventano universali: rappresentano il dolore, la frustrazione e la speranza di chi si trova a lottare per il diritto di amare e di costruire un legame che venga rispettato. In una società che fatica ancora a riconoscere le famiglie queer come autentiche, il film evidenzia quanto sia necessario ampliare il concetto di famiglia, abbattendo pregiudizi e promuovendo l’uguaglianza.

No Heaven, But Love: il primo amore

In No Heaven, But Love (2024), Han Jay compie un passo indietro e concentra il suo sguardo artistico sulla rappresentazione di un primo amore queer.

Presentato in anteprima italiana alla 22esima edizione del Florence Korea Film Fest – di cui Han Jay è stata anche ospite -, No Heaven, But Love è ambientato nella Corea del 1999 e vede protagoniste due adolescenti, Joo-young e Ye-ji (quest’ultima interpretata da Le Yoo-mi, conosciuta dal grande pubblico per il suo ruolo in Squid Game), la cui realtà è segnata da un’escalation di violenza. Le giovani trovano rifugio e conforto l’una nell’altra, stringendo un legame che va oltre l’amicizia e si trasforma in un amore profondo. La loro relazione diventa la forza su cui contano per affrontare le difficoltà e le sfide quotidiane, in un ambiente che spesso sembra volerle schiacciare.

Il film mette in evidenza il periodo delicato dell’adolescenza, un’età di cambiamenti, insicurezze e ricerca di identità. In questo senso, No Heaven, But Love è a tutti gli effetti un racconto di formazione che esplora la crescita emotiva delle due ragazze, mostrando come la connessione e l’affetto possano diventare un’ancora di salvezza in tempi difficili. L’amore tra Joo-young e Ye-ji è quindi una forma di resistenza: contro la violenza, contro il rifiuto sociale, e persino contro il senso di impotenza. La loro relazione diventa un atto di sfida nei confronti di un mondo che tenta di reprimerle. Nonostante i numerosi ostacoli che incontrano lungo il loro cammino, il film si propone di offrire un barlume di speranza, evidenziando la resilienza e la forza di un amore sincero.

In un panorama cinematografico in cui le voci queer faticano a emergere, Han Jay rappresenta una figura di rottura e innovazione. I suoi lavori non solo danno visibilità a esperienze troppo spesso silenziate, ma invitano il pubblico a riflettere sul significato dell’amore, dell’accettazione e del coraggio di essere sé stessi.

[fonti: https://www.cinematographe.it/recensioni/take-me-home-recensione-film-han-jay/, https://www.koreanfilm.or.kr/eng/films/index/filmsView.jsp?movieCd=20209946, https://www.mymovies.it/film/2023/no-heaven-but-love/news/han-jay-al-florence-korea-film-fest/, https://koreafilmfest.com/ospiti/13537-2/, https://www.koreatimes.co.kr/www/art/2024/10/398_383212.html, http://www.koreanfilm.or.kr/eng/films/index/filmsView.jsp?movieCd=20232205, https://koreafilmfest.com/en/film/no-heaven-but-love/]


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