È il 1999 quando nelle sale coreane esce Shiri (dir. Kang Je-kyu), il primo vero blockbuster coreano. Il suo successo è immediato: grazie a una produzione ad alto budget, il film cattura l’interesse del pubblico, offrendo un’esperienza visiva senza precedenti in Corea del Sud. Nel giro di poco tempo, Shiri segna un record di incassi senza precedenti (oltre 5 milioni di spettatori), diventando il primo film a superare Titanic (dir. James Cameron, 1997) al botteghino. La Corea del Sud diventa così l’unico paese al mondo dove il colossal hollywoodiano viene battuto: un’ironia del destino, se si pensa che “shiri” è il nome di un piccolo pesce che si trova solo nelle acque coreane e che, in questo caso, “affonda” il Titanic.

Il film diventa ben presto un fenomeno culturale, al punto che si inizia a parlare della “Sindrome di Shiri“: andare al cinema a vederlo diventa un must. (Shin & Stringer, 2007).

Un’esplorazione del conflitto ideologico tra Nord e Sud, spettacolari effetti speciali, magistrali scene di combattimento e una struggente storia d’amore: gli ingredienti perfetti, serviti al momento giusto.

L’uscita di Shiri avviene infatti alla fine degli anni ’90, periodo in cui la Corea del Sud assiste a un vero e proprio boom della cinefilia.

La crisi economica del 1997, dovuta al crollo del mercato azionario, piega il Paese, rendendolo più che mai bisognoso di promuovere unità, patriottismo e valori culturali nazionali. Una volta superata la crisi, nel 1998, i leader politici e le élite sociali iniziano a investire nel cinema. In breve tempo, nascono i primi festival cinematografici (tra cui Jeonju, Bucheon e Busan) e le prime riviste specializzate; le università introducono corsi dedicati alla settima arte e i blockbuster iniziano a prendere forma seguendo il modello hollywoodiano.

prima edizione del Busan International Film Festival (1996)

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché la Corea si è subito lanciata nella produzione di film ad alto budget dopo aver appena superato una crisi economica? Perché non ha adottato un approccio più cauto, ma ha invece scelto di osare?

La risposta è semplice: il governo coreano si rende presto conto del potenziale economico del cinema. Si racconta che nel rapporto del Comitato Consultivo Presidenziale per la Scienza e la Tecnologia del maggio 1994 si evidenziasse come, da solo, il blockbuster americano Jurassic Park (dir. Steven Spielberg, 1993) avesse generato un fatturato pari alle esportazioni di 1,5 milioni di automobili Hyundai. Questa consapevolezza, unita alla crescente influenza dell’onda Hallyu che stava aprendo le porte della Corea all’estero, porta il governo e l’industria cinematografica a discutere la produzione di blockbuster con un doppio obiettivo: conquistare il mercato internazionale pur rimanendo radicati nell’identità nazionale. Nasce così la necessità di film che possano essere esportati globalmente, ma che attingano profondamente dall’esperienza coreana.

In questo contesto vedono la luce film di grande impatto socio-culturale come il già citato Shiri e Joint Security Area (dir. Park Chan-wook, 2000), entrambi incentrati sul conflitto tra le due Coree; Friend (dir. Kwak Kyung-taek, 2001), che racconta l’amicizia tra due gangster; 2009 Lost Memories (dir. Lee Si-myung, 2002), che reinterpreta il rapporto tra Corea e Giappone; e molti altri. Temi caldi nella Corea dell’inizio del nuovo secolo, ma al tempo stesso universali, facilmente esportabili e vendibili anche a un pubblico estero.

Pur condividendo le aspirazioni di Hollywood, i blockbuster coreani adottano quindi la “localizzazione” come strategia chiave (Ok, 2009). Il ricercatore coreano So Young Kim definisce il fenomeno come «un compromesso tra forme straniere e materiali locali». La coscienza politica e la ricerca di un cinema nazionale, un tempo centrali nella New Wave coreana, lasciano progressivamente spazio a una logica economica, che privilegia il valore del cinema come prodotto commerciabile su scala globale  (Ok, 2009).

E oggi? Oggi questa tendenza sembra essersi ulteriormente radicalizzata. Secondo The Korea Times, il panorama cinematografico coreano sta vivendo una crescente polarizzazione: i blockbuster attirano la maggior parte del pubblico, mentre gli altri film faticano a emergere.

I dati del Korean Film Council (KOFIC) confermano questa disparità: il film coreano con il maggior incasso della prima metà del 2024 (al 25 giugno) è Exhuma (dir. Jang Jae-hyun, 2024), con ben 11,91 milioni di spettatori, un numero nettamente superiore rispetto al terzo classificato, Citizen of a Kind (dir. Park Young-ju, 2024), fermo a 1,71 milioni di biglietti venduti. Al quarto posto si trova Alienoid Part 2 (dir. Choi Dong-hoon, 2024), con 1,43 milioni di spettatori.

Questa polarizzazione del botteghino rischia di avere un impatto significativo sulla produzione cinematografica coreana. Si prevede un progressivo impoverimento del panorama cinematografico, con una sempre maggiore distanza dal cinema d’autore e indipendente. A favore di film blockbuster dal successo quasi garantito, il cinema coreano potrebbe perdere parte della sua varietà e della sua identità artistica.

La domanda che sorge ora è: fino a che punto questa strategia può continuare a funzionare senza compromettere la creatività e la diversità del cinema coreano?


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