Bentornati nella nostra rubrica Echi e Consonanze, uno spazio in cui ci impegnamo a esplorare come voci di diverse culture, pur lontane, possano risuonare e creare una sinfonia di significati. In questo nuovo appuntamento vi portiamo al Florence Korea Film Fest, che, da oltre vent’anni, si occupa di promuovere la cultura coreana in Italia attraverso la potente lente del grande schermo. In vista dell’edizione 2025, in programma a Firenze dal 20 al 29 marzo, abbiamo raccolto lo sguardo e le parole di chi da anni, con dedizione e passione, lavora dietro le quinte per dare vita a questo importante appuntamento culturale.

La seconda protagonista della nostra rubrica è Veronica Croce, content creator e fondatrice del progetto Mugunghwa Dream & Kimchi Taste, oltre che curatrice artistica e organizzativa del Florence Korea Film Fest. Con lei abbiamo aperto una finestra sulle edizioni passate del Festival, parlando dei valori che lo rendono unico, delle emozioni che porta con sè e delle aspettative per la nuova edizione. Ma non solo: Veronica Croce ha anche condiviso una riflessione sul crescente interesse verso il cinema coreano in Italia e sullo storytelling che circonda la Corea nei media occidentali, lasciandoci infine alcuni preziosi consigli su registi indipendenti da tenere d’occhio.

Non vi resta che leggere l’intervista per scoprire cosa ci ha raccontato!

Veronica Croce

1. Può presentarsi e raccontare il suo ruolo all’interno del Florence Korea Film Fest? Come è iniziata la sua esperienza con il Festival?
Mi chiamo Veronica Croce, sono una content creator e fondatrice del progetto Mugunghwa Dream & Kimchi Taste un sito e un podcast che raccontano la cultura coreana a 360°. Durante gli anni dell’università, all’inizio del mio progetto e in concomitanza con il mio percorso di studi cercavo un festival di cinema coreano che potesse darmi crediti formativi e che mi facesse conoscere ancora meglio la Corea del Sud vista la mia passione per il Paese del Calmo Mattino e ho trovato il Florence Korea Film Fest.

Ho iniziato a collaborare al festival come stagista nel 2011 e in seguito, quando nel 2015 Mugunghwa Dream era già avviato da alcuni anni, il direttore Riccardo Gelli mi ha chiesto di entrare a far parte della squadra operativa e organizzativa del Festival. Da quel giorno mi occupo del Festival sia dal punto di vista artistico che organizzativo. Insieme ai due direttori, Riccardo Gelli e Chang Eunyoung, e a Caterina Liverani guardiamo e analizziamo i film che poi verranno presentati al festival. Io mi occupo dei film della sezione dedicata al cinema indipendente, della sezione speciale (che quest’anno non c’è) e di tutti gli eventi collaterali, come i webtoon e gli ospiti musicali. Durante l’anno, poi, collaboro col Festival anche per eventi in giro per l’Italia, come la presentazione dei film del festival a Milano.


2. Quali sono le principali sfide nell’organizzare un evento di questa portata?
Sicuramente nel corso degli anni il festival è cresciuto molto anche grazie all’esplosione dell’hallyu e quindi sicuramente la sfida più grande è quella di riuscire ad accontentare la sempre più grande richiesta del nuovo e del vecchio pubblico di affezionati. Oltre alla gestione degli ospiti e la selezione dei film, perché la qualità è sempre altissima.


3. I gusti cinematografici variano in base alla cultura e al contesto geografico, influenzati da fattori storici, sociali e persino economici. Un film che riscuote grande successo in Corea potrebbe non avere lo stesso impatto sul pubblico italiano e viceversa. Nel caso del FKFF, quali criteri prevalgono nella selezione dei film? Si cerca di adattarsi alle preferenze del pubblico italiano, di mantenere una prospettiva autenticamente coreana o di seguire un criterio internazionale, ad esempio basandosi sul successo ottenuto in altri festival cinematografici?

Il nostro festival non ragiona in termini di successo fine a sé stesso, ma di qualità; per noi un film dev’essere prima di tutto interessante sotto diversi punti di vista. Non a caso abbiamo due sezioni divise; Orizzonti Coreani è la sezione che raccoglie i film che hanno riscosso grande successo in Corea e/o nei Festival, mentre Korean Cinema Today raccoglie una selezione di film più eterogenea. Molto spesso parliamo di film indipendenti, anteprime mondiali che non sono ancora uscite in sala neanche in Corea, ma che per noi hanno un messaggio ben preciso.

L’importante è che la Corea sia sempre protagonista, non importa quale sia il genere e neanche che siano film ad alto budget o a budget ridotto. Negli anni siamo stati i primi a credere ed invitare i grandi registi prima del loro successo mondiale, tra questi sicuramente sono degni di nota Bong Joon-ho, Park Chan-wook, Kim Jee-woon e non ultimo il regista e creatore di Squid Game Hwang Dong-hyuk.

Insomma, per rispondere sinteticamente alla vostra domanda, non cerchiamo di adattarci, ma facciamo sì che sia il nostro pubblico a scoprire o riscoprire i film e registi che scegliamo.



4. Il programma di quest’anno è focalizzato sul genere thriller/action. Cosa vi ha spinti a scegliere proprio questo tema?
Il genere Thriller/Action è sempre molto presente nei nostri programmi proprio perché è uno dei generi a cui molti registi coreani guardano e che il pubblico coreano e italiano ama. Quest’anno è stato molto ricco di uscite o prossime uscite cinematografiche con questo genere come protagonista ed è per questo è così presente. In più i nostri super ospiti quest’anno sono particolarmente specializzati in questo genere.


5. Il FKFF si pone anche come spazio di riflessione su tematiche sociali? Ad esempio, lo scorso anno avete ospitato Han Jay, regista indipendente che affronta tematiche LGBTQI+. Questa scelta è stata dettata da un impegno consapevole verso l’inclusività o è stata una coincidenza legata alla qualità del film? Quali sono, più in generale, i valori che il Festival si impegna a promuovere?

Grazie mille per questa domanda, sicuramente nel corso degli anni la tematica LGBTQI+ è stata trattata più volte, personalmente tengo molto che il festival tratti più temi sociali possibili sia che si parli di mondo LGBTQI+, sia che si parli di differenze di genere o che si tratti di consapevolezza delle disabilità. I nostri valori di inclusività sono ben chiari e cerchiamo di dar voce al talento. Han Jay è una regista che amiamo molto e di cui abbiamo presentato più opere, il suo Take Me Home è stato anche uno dei film vincitori dell’edizione del 2021.

Personalmente credo che il cinema sia spesso il megafono per raccontare la realtà e che possa dar voce a chi voce non sempre ce l’ha, soprattutto per quanto riguarda la società coreana. Nel mio piccolo ho sempre sostenuto che la comunità LGBTQI+ coreana meriti di farsi sentire e sono molto felice che il Festival in questi anni abbia dato voce a registi che la raccontano in maniera egregica e potente.


6. Qual è stata la risposta del pubblico italiano al Festival nel corso degli anni? Avete notato un crescente interesse verso il cinema coreano?
Come ho risposto prima, l’interesse del pubblico verso la Corea è esploso durante e dopo la pandemia, ma noi già da prima avevamo capito che le cose stavano cambiando. Quando è nato il Festival il pubblico era essenzialmente un pubblico di cinefili, ma nel corso degli anni il pubblico è diventato sempre più variegato. Il cinema coreano è diventato noto anche a chi va poco al cinema o chi usufruisce dei contenuti audiovisivi solo attraverso le piattaforme e questo ha portato anche un crescente interesse del pubblico al nostro Festival che negli anni ha iniziato ad ospitare anche eventi collaterali legati alla cucina, all’arte e alla musica proprio per arricchire l’offerta e rendere più immersivo il nostro festival ad un pubblico sempre più ampio.


7. Tra i vari ospiti che ha avuto il piacere di intervistare nelle scorse edizioni del Festival, chi le ha lasciato l’impatto più significativo e per quale motivo?
Devo ammettere che sono stata molto fortunata, ho incontrato i più grandi registi e attori del cinema coreano e sarebbe molto strano fare un nome solo. Posso sicuramente dire che Bong Joon-ho, per me, è una figura mitologica, forse l’unica personalità di spicco che mi lascia sempre senza parole, non sono timida ma davanti a lui rimango sempre interdetta. Un altro regista che ha uno spazio speciale nel mio cuore è Lee Joon-ik, è stato il primo regista che ho intervistato nella mia carriera, al termine dell’intervista mi ha fatto i complimenti per la mia conoscenza della cultura coreana e quel momento rimane uno dei momenti indelebili nella mia mente, anche perché ero molto giovane.


8. Quali sono le sue aspettative per le prossime edizioni del Festival?
Sono sicuramente di parte, ma mi aspetto, anche quest’anno, un’edizione fantastica. Sono felicissima che il pubblico possa avere la possibilità di conoscere uno degli attori coreani più importanti degli ultimi 25 anni, un artista davvero sopraffino che recita con tutto il suo corpo sia a teatro che al cinema e in tv. Na Hong-jin è un regista pazzesco e la selezione dei film è super interessante. Io, soprattutto, non vedo l’ora di poter parlare di cinema e di Corea 24 su 24.

Poster ufficiale della 23esima edizione del Florence Korea Film Fest 2025

9. Negli ultimi anni, l’interesse per la cultura coreana è cresciuto esponenzialmente in Italia, grazie al K-pop, ai drama, alla letteratura e persino alla moda. Crede che questa attenzione generalizzata abbia influenzato in modo positivo o negativo la percezione del cinema coreano? Ha notato che il pubblico che si avvicina alla Corea attraverso fenomeni più mainstream sviluppa una curiosità autentica verso il cinema d’autore e le produzioni meno commerciali, oppure il rischio è che rimanga confinato a un’immagine più pop e superficiale?

Domanda molto interessante che meriterebbe una lunghissima riflessione. Sicuramente, il crescente interesse verso la Corea ha portato moltissimo pubblico non solo al nostro Festival, ma in generale è cresciuta la curiosità del pubblico “generalista” verso la Corea del Sud e non penso ci siano aspetti negativi a questo avvicinamento. In generale, credo che chiunque abbia una curiosità sincera possa avvicinarsi a diversi aspetti della cultura coreana anche partendo da fenomeni più mainstream, ma allo stesso tempo non è necessario che chi ama il K-pop o i K-drama debba necessariamente appassionarsi al cinema d’autore coreano o alla letteratura.

Credo, che la cultura coreana sia così lontana da noi che diventa inevitabile essere curiosi di un mondo molto diverso dal nostro. Ho però notato, se posso fare una critica un po’ alta e generalizzando molto, che, per chi si è avvicinato alla Corea negli ultimi 7/8 anni attraverso il K-pop o i K-drama, l’interesse della cultura coreana non è così necessario. Mi spiego meglio: quando ho iniziato io a seguire la Corea, ormai 20 anni fa, per me era fondamentale conoscere la cultura coreana, tanto che in questi 20 anni ho studiato tantissimo e cerco sempre di raccontare la Corea in maniera più semplice possibile, per arrivare al maggior numero di persone, ma appunto, ho notato che l’interesse spesso rimane molto localizzato al K-pop o ai K-drama. Solo gli appassionati di cinema, letteratura e cucina sono anche interessati ad approfondire molti più aspetti della Corea del Sud.


10. Nel corso della sua esperienza come divulgatrice di contenuti legati alla Corea, ha notato cambiamenti nel modo in cui i media italiani parlano del cinema coreano? C’è stata un’evoluzione nel linguaggio o nell’attenzione dedicata a questo settore rispetto a dieci anni fa?
Tocchiamo un tasto molto dolente. Come ho già detto, mi scuso se sono ripetitiva, seguo e studio la Corea da 20 anni e l’aspetto che riscontro da vent’anni a questa parte non è cambiato molto. I media italiani trattano la Corea con grande sufficienza. Certo, ora abbiamo giornalisti che conoscono di più la Corea e chi ne scrive quotidianamente, come la mia amica Marianna Baroli di Panorama, ma in generale, a parte lei, non vedo gradi cambiamenti.

I giornalisti che si occupano di musica trattano il fenomeno K-pop con una superficialità e un’arroganza disarmante, questo loro atteggiamento è – userò una parola molto forte – molto ignorante, considerato quanto gli artisti K-pop siano diventati ormai artisti internazionali a tutti gli effetti, non solo musicalmente, ma anche a livello di indotto. Chi scrive di cinema solitamente parla solo dei registi famosi senza approfondire il cinema coreano, che è uno dei pochi ancora vivo e ricco, non solo economicamente, ma anche e, soprattutto, artisticamente.

Questo per dire che, in generale, la Corea non è considerata molto dai media italiani. I fenomeni di massa sono trattati con molta sufficienza, mentre non si approfondisce nulla dal punto di vista socio-economico. Basti pensare a come il recente tentativo di colpo di stato sia stato trattato come se fosse un capriccio e non un grave colpo alla democrazia di una delle potenze economiche mondiali.

Sono disfattista, non vedo molta luce infondo al tunnel, credo e temo che la Corea così come altri paesi vivano un pregiudizio da parte dei media occidentali, che difficilmente potrà essere scardinato senza un cambiamento strutturale nel modo in cui le notizie vengono selezionate, raccontate e, soprattutto, percepite dal pubblico.

11. Il nostro magazine, Moksori, nasce dal desiderio di dare spazio a voci meno conosciute della scena artistica sudcoreana. Quali sono, secondo lei, i registi emergenti o meno noti che meriterebbero più attenzione e che consiglierebbe ai nostri lettori?

Jung July e Han Jay sono due registe molto intense, due donne che raccontano la Corea con un focus preciso. Ogni loro film è un colpo al cuore e racconta un po’ di più il mondo coreano da un punto di vista diverso.


Altri due registi molto interessanti e forse ancor meno noti di Jung July e Han Jay, sono Park Suk-Young e Jeon Go-woon, che hanno vinto al nostro festival con i loro film Steel Flower e Microhabitat e che hanno “disegnato” dei personaggi femminili stupendi.


Il Florence Korea Film Fest si conferma, anno dopo anno, un ponte culturale capace di avvicinare due mondi attraverso le immagini, le storie e le emozioni del cinema. Grazie a voci come quella di Veronica Croce, scopriamo quanto passione, impegno e visione siano fondamentali per costruire un dialogo autentico tra culture. In un tempo in cui l’incontro con l’altro è più prezioso che mai, lasciamoci guidare da queste consonanze e continuiamo a coltivare la curiosità, lasciando che il cinema sia il linguaggio con cui accorciare le distanze.

Un grazie sincero a Veronica per averci aperto uno sguardo sul suo percorso e aver condiviso con noi pensieri, esperienze e visioni. Le auguriamo il meglio per questa edizione del Festival, per quelle che verranno e per i suoi progetti futuri!

E per chi volesse partecipare al Florence Korea Film Fest, qui il programma completo! Dal 20 al 29 marzo, Firenze.


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