Dal 20 al 29 marzo si è svolta la 23ª edizione del Florence Korea Film Fest, un appuntamento imperdibile per gli appassionati di cinema coreano in Italia. Per dieci giorni, il Festival ha offerto una ricca selezione di film di ogni genere, permettendo al pubblico di immergersi nella cinematografia del Paese del Calmo Mattino, come fa da 23 anni a questa parte.

Ogni anno il Festival ospita figure di spicco del cinema coreano, e l’edizione di quest’anno non è stata da meno. Tra gli ospiti d’onore, il pluripremiato attore Hwang Jung-min e il visionario regista Na Hong-jin, entrambi omaggiati con retrospettive dedicate alla loro carriera. Oltre alle proiezioni dei loro film più significativi, i due artisti hanno tenuto masterclass esclusive, offrendo al pubblico approfondimenti, curiosità e riflessioni sul loro percorso artistico.

Numerosi altri ospiti hanno arricchito il programma del festival. Il regista Lee Jong-pil ha inaugurato l’evento con la proiezione di Escape (2024), mentre Choo Chang-min, noto per opere di grande impatto emotivo (Mapado: Island of Fortunes, 2004; Late Blossom, 2010; Masquerade, 2012; Seven Years of Night, 2018) ha presentato il suo film Land of Happiness (2024). La regista Chun Sun-young, invece, ha chiuso la manifestazione con il suo lungometraggio d’esordio, A Girl with Closed Eyes (2024).

Noi di Moksori Magazine abbiamo avuto il privilegio di seguire il Festival da vicino e nella sua interezza, immergendoci completamente nell’evento. Di seguito, la nostra impressione sui principali film del Festival.

Film di apertura: Escape di Lee Jong-pil

Still dal film Escape (Lee Jong-pil, 2024)

La 23ª edizione del Florence Korea Film Fest si è aperta con la prima italiana di Escape, diretto da Lee Jong-pil. Il film segue la drammatica vicenda di Im Kyu-nam (interpretato da Lee Je-hoon), un soldato nordcoreano che tenta disperatamente di fuggire dalla sua base militare per raggiungere la Corea del Sud. Tuttavia, il maggiore Ri Hyun-sang (Koo Kyo-hwan) è determinato a fermarlo, dando vita a un serrato inseguimento tra le due linee di confine.

Durante la conferenza stampa, il regista Lee Jong-pil ha spiegato che la storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, di un soldato nordcoreano che durante il tentativo di oltrepassare il confine verso il Sud, muore ucciso da uno sparo d’arma da fuoco. Ha rivelato anche che la sua ispirazione registica viene invece da una notizia di cronaca riguardante due giovani africani che si sono infiltrati in aeroporto e si sono letteralmente legati all’aereo pur di fuggire e arrivare in Europa. “Cos’è questo istinto umano, questi sentimenti, queste emozioni che proviamo a prescindere dalla regione, dalla nazionalità e dall’etnia, che ci spingono a desiderare una vita migliore?” ha confessato di essersi chiesto Lee.

Il film affronta il tema del dualismo tra le due Coree, ma anche il conflitto interiore tra l’obbedienza alle regole e il desiderio di autodeterminazione. Dal punto di vista tecnico, la regia è dinamica e ben accompagnata da un montaggio serrato e da una fotografia coinvolgente, che enfatizzano l’intensità della narrazione e l’estetica d’intrattenimento.

Tuttavia, nonostante la premessa promettente, la sceneggiatura presenta alcune criticità. I personaggi risultano poco approfonditi, rendendo difficile per lo spettatore entrare in sintonia con le loro vicende. Sia Im Kyu-nam che il maggiore Ri Hyun-sang avrebbero meritato una ulteriore caratterizzazione, così da offrire un coinvolgimento emotivo più intenso. La pellicola riesce comunque a trasmettere una costante tensione, portando il pubblico a condividere la frustrazione del protagonista nel suo disperato tentativo di fuga. Tuttavia, il racconto si limita a essere un thriller d’azione ben costruito, senza spingersi oltre nella riflessione sulle tematiche trattate.

Film di chiusura: A Girl With Closed Eyes di Chun Sun-yung

Still dal film A Girl With Closed Eyes (Chun Sun-young, 2024)

Il festival si è concluso con il debutto alla regia di Chun Sun-young, che ha presentato il suo primo lungometraggio, A Girl with Closed Eyes. Un doppio esordio, in realtà, poiché il film segna anche la prima esperienza cinematografica per l’attrice Park Minha (Pachinko).

La prima italiana e la serata di chiusura hanno visto una sala gremita che ha accolto positivamente il film. La storia segue due amiche d’infanzia legate da un passato oscuro che, ormai adulte, si trovano a fare i conti con le conseguenze delle loro scelte. Si tratta di un thriller psicologico al femminile, in cui l’investigatrice Min-ju (Moon Choi, già vista in Okja e Deliver Us from Evil) ritrova l’amica perduta in una cella d’interrogatorio, dopo essere stata colta in flagrante per l’omicidio del celebre scrittore di thriller Jeong Sang-u (Lee Ki-woo).

La sceneggiatura si distingue per una scrittura raffinata e attenta ai dettagli, dando vita a due protagoniste femminili complesse e profondamente diverse tra loro, caratterizzate da sentimenti di rimorso, freddezza e paura. Pur non introducendo elementi particolarmente innovativi nel genere thriller, il film si distingue per la solidità della narrazione e la profondità psicologica dei suoi personaggi.

Il pubblico ha parlato: il preferito è Harbin di Woo Min-ho

Still dal film Harbin (Woo Min-ho, 2024)

Non è stata una sorpresa vedere il pubblico premiare Harbin di Woo Min-ho come Miglior Film, dato che era senza dubbio la pellicola più attesa del festival e il maggiore incasso del box office coreano nel 2024.

Ambientato nel 1908, un periodo di grande instabilità per la Corea, il film segue la figura storica di Ahn Jung-geun (Hyun Bin), leader delle forze indipendentiste coreane. Dopo aver guidato la resistenza alla vittoria nella provincia di Hamgyong, la sua scelta di liberare i prigionieri di guerra lo pone in contrasto con i suoi stessi compagni. Un anno dopo, a Vladivostok, Ahn pianifica e porta a termine l’attentato contro Ito Hirobumi, primo presidente del governo giapponese, in un gesto estremo per rivendicare la libertà della Corea.

Harbin è un avvincente thriller di spionaggio che ricostruisce meticolosamente le fasi dell’attentato, intrecciando tensione politica e dramma personale. La straordinaria interpretazione di Hyun Bin dona profondità e carisma a un personaggio simbolo della resistenza coreana, mentre il cast di alto livello—tra cui Lee Dong-wook, Jo Woo-jin, Jeon Yeo-been e Park Jeong-min—conferisce ulteriore spessore alla narrazione.

La regia di Woo Min-ho si distingue per uno stile visivo raffinato e incisivo: la fotografia cupa e metaforica amplifica il senso di oppressione e il peso della missione intrapresa dai protagonisti, creando un’atmosfera densa di tensione e pathos.

Un’opera epica e coinvolgente, che non solo celebra un momento cruciale della storia coreana, ma lo trasforma in un’esperienza cinematografica potente e memorabile.

La giuria premia Handsome Guys come miglior film

Still dal film Handsome Guys (Nam Dong-hyub, 2024)

Ad aggiudicarsi il premio come Miglior Film assegnato dalla giuria del festival è stata la commedia horror Handsome Guys di Nam Dong-hyub. Il film racconta la storia di due “fratelli da madre diversa” dall’aspetto poco rassicurante, ma dal cuore d’oro (Lee Sung-min e Lee Hee-jun), che finiscono costantemente nei guai a causa dei pregiudizi sulla loro apparenza. Decisi a lasciarsi tutto alle spalle e a realizzare il sogno di una vita tranquilla, si trasferiscono in una casa di campagna, sperando di condurre un’esistenza semplice e rustica. Tuttavia, la loro pace viene presto infranta da una serie di esilaranti equivoci scatenati da uno spirito maligno che si nasconde nel seminterrato.

Il film si configura come una classica commedia horror che mescola abilmente elementi splatter e sovrannaturali, riuscendo però a mantenere sempre alto il ritmo comico. Grazie a un susseguirsi di sketch intelligenti e ben costruiti, la pellicola alterna momenti di tensione a scene di pura ilarità, senza mai concedere tregua allo spettatore, trascinato in un vortice di risate.

Oltre al puro intrattenimento, Handsome Guys offre anche uno spunto di riflessione sulla superficialità dei giudizi basati sull’apparenza, dimostrando che l’ironia può essere uno strumento efficace per affrontare temi più profondi.

Menzioni speciali della giuria: 4PM di Jay Song e Hidden Face di Kim Dae-woo

La giuria ha assegnato una menzione speciale a due film in concorso, 4PM di Jay Song e Hidden Face di Kim Dae-woo, due thriller che affrontano la tensione in modi diametralmente opposti.

Still dal film 4pm (Jay Song, 2024)

4PM racconta la vicenda di un dottore invadente e autoritario (Kim Hong-pa), che ogni giorno, puntualmente alle 16:00, si presenta senza invito a casa dei nuovi vicini (Oh Dal-su e Jang Young-nam). Solo, scontroso e logorato dall’incessante cura della moglie malata, l’uomo riversa la propria frustrazione sul protagonista, un uomo troppo educato per ribellarsi. Ma il silenzio ha un prezzo: il peso dell’inettitudine e della vergogna cresce fino a soffocarlo, trascinandolo lentamente verso la follia. Quello che inizia come un racconto quasi quotidiano si trasforma gradualmente in un thriller metaforico e disturbante, dove il disagio si fa sempre più palpabile, fino a esplodere in un crescendo di tensione psicologica.

Still dal film Hidden Face (Kim Dae-woo, 2024)

Dall’altro lato, Hidden Face si inserisce nel filone del thriller erotico, essendo un remake del film spagnolo La Cara Oculta (2011). La storia ruota attorno a un torbido triangolo amoroso, in cui desiderio e segreti si intrecciano in un gioco pericoloso. Ambientato in una maestosa villa con un misterioso nascondiglio segreto — che ricorda vagamente l’atmosfera claustrofobica di Parasite — il film segue la scomparsa della violoncellista Su-yeon (Cho Yeo-jeong), la cui presenza, però, continua ad aleggiare sull’esistenza del suo fidanzato, il direttore d’orchestra Sung-jin (Song Seung-heon), mentre quest’ultimo trova conforto tra le braccia dell’enigmatica Mi-joo (Park Ji-hyun). Ciò che l’uomo ignora è che le due donne condividono un passato oscuro e inconfessabile.

Nonostante le premesse intriganti, il film fatica a sfruttare appieno il proprio potenziale, lasciando che la tensione iniziale si disperda in una narrazione che finisce per appiattirsi sul dramma sentimentale, sacrificando l’atmosfera thriller a favore di un più convenzionale gioco di passioni e inganni.

Corti, Corti, Corti! Trionfa Suzuki della regista emergente Ahn Jung-min

Locandina del corto Suzuki (Ahn Jung-min, 2024)

La sezione dedicata ai cortometraggi del festival ha offerto una selezione variegata e ricca di opere provenienti da registi emergenti, spaziando tra diversi generi e includendo anche l’animazione. Ad aggiudicarsi il premio come Miglior Corto è stato Suzuki di Ahn Jung-min, un racconto intimo e struggente sulla perdita e il passaggio all’età adulta.

Ambientato nel 2009, un’epoca in cui i forum online erano il cuore della socializzazione virtuale, il corto segue Su-min, un adolescente che sviluppa un legame profondo con Suzuki, un utente con cui condivide la passione per la musica rock internazionale. Attraverso messaggi e post, il loro rapporto cresce, diventando un rifugio emotivo e un canale di espressione. Tuttavia, la loro connessione viene improvvisamente spezzata dalla misteriosa scomparsa di Suzuki, lasciando Su-min con un senso di vuoto incolmabile.

Pur nella sua brevità, Suzuki riesce a catturare con delicatezza quel momento universale in cui, durante l’adolescenza, l’innocenza si infrange contro la durezza della realtà. Il film si distingue per la sua capacità di evocare emozioni attraverso il non detto, trasmettendo con sensibilità il dolore silenzioso di una perdita che segna per sempre.


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