Quando nel 2022 è uscita la prima stagione di Weak Hero Class, erano in pochi a conoscerla. All’epoca, solo chi frequentava assiduamente il lato più di nicchia del web — tra l’algoritmo di K-Drama sulle piattaforme social e dei siti di streaming come Viki — poteva imbattersi in questa piccola perla. Con otto episodi da 30-40 minuti, era la serie perfetta per un binge-watching notturno. Ma Weak Hero Class non era solo veloce da guardare: era una serie che lasciava il segno, cruda e intensa, raccontata con una lucidità disarmante.

Immagine promozionale di Weak Hero Class 2, Netflix

Nelle puntate precedenti

La trama della prima stagione ruota attorno a Yeon Si-eun, uno studente modello all’apparenza fragile, introverso e solitario, ma con un’intelligenza fuori dal comune e una determinazione silenziosa. Preso di mira da un gruppo di bulli, si ritrova coinvolto in dinamiche scolastiche sempre più violente e complesse. Decidendo di reagire — non solo con la forza fisica, ma combinando astuzia strategica e abilità di combattimento, trasforma ogni scontro in una dimostrazione di controllo e lucidità.

Park Ji-hoon, nel ruolo di Si-eun, ha offerto un’interpretazione intensa e misurata, riuscendo a rendere credibile ogni sfumatura emotiva. Al suo fianco, Choi Hyun-wook nei panni di Ahn Su-ho — che diventa l’amico fidato e, in modo più sottile, anche l’oggetto di un amore più profondo — e Hong Kyung, che dà corpo a Oh Beom-seok, perfetto antagonista sotto copertura, capace di destabilizzare la dinamica del trio. Il legame che si crea con questi personaggi non è solo narrativo: è un legame viscerale, costruito attraverso l’empatia, il dolore condiviso e la fragilità messa a nudo. Insieme a due compagni improbabili, Si-eun forma un trio che sfida le logiche di potere scolastiche, fino a un epilogo tragico fatto di violenza e tradimento, che lascia ferite profonde e relazioni spezzate.

Si-eun, Ahn Su-ho, Oh Beom-seok (rispettivamente Park Ji-hoon, Choi Hyun-wook, Hong Kyung) nelle immagini promozionali di Weak Hero Class 1

A distanza di due anni, quasi tre, la prima stagione rimane una delle opere più solide e coerenti tra quelle prodotte nel panorama coreano recente. Nessun buco di trama, una scrittura serrata e personaggi che, episodio dopo episodio, si spogliano delle loro corazze per mostrare emozioni complesse come il tradimento, l’invidia, la solitudine. Sentimenti difficili da rappresentare sullo schermo, ma che qui arrivano con una forza quasi viscerale, insinuandosi lentamente sotto la pelle dello spettatore.

Con un finale che lasciava addosso il peso del non detto e relazioni spezzate a metà, Weak Hero Class si era guadagnata il diritto di continuare. L’annuncio della seconda stagione, però, ha generato entusiasmo ma anche qualche riserva: il passaggio sotto l’egida di Netflix e la conseguente produzione su scala più ampia hanno sollevato il dubbio se si sarebbe mantenuta quella stessa intensità intima e quel crudo minimalismo che avevano reso la prima stagione così potente.

Nuovo contesto, nuove regole, vecchie abitudini

A cambiare non è solo il tono, ma anche parte del cast e del contesto: Si-eun si è dovuto trasferire in una nuova scuola, l’Eunjang High School, costretto così ad affrontare dinamiche diverse, con personaggi inediti che non sempre riescono a reggere il peso emotivo di quelli precedenti.

C’è da dire, in ogni caso, che questa seconda stagione ha un compito ben preciso: portare a compimento la narrazione del webtoon originale, di cui la prima stagione rappresentava perlopiù i flashback di Si-eun. È una chiusura narrativa più ampia, strutturalmente necessaria, ma che sacrifica in parte l’intimità e la profondità psicologica che avevano fatto innamorare i fan della prima stagione.

La regia, per fortuna, resta uno degli elementi più solidi della serie: attenta, precisa, con un linguaggio visivo che non tradisce l’eredità della prima stagione. Ma il tono generale subisce qualche variazione. In alcuni momenti emerge una vena comica più marcata, quasi un timbro da produzione “marchiata Netflix”, che se da un lato alleggerisce la tensione, dall’altro rischia di smorzare quella crudezza emotiva che era diventata cifra stilistica del racconto.

Il vero cambiamento, però, è nel ritmo. La seconda stagione corre. E nella corsa, qualcosa inevitabilmente si perde: il tempo per approfondire, per scavare dentro i personaggi come era stato fatto nella prima. Questo diventa particolarmente evidente con l’introduzione dei nuovi protagonisti: sei in totale (a cui vanno aggiunti i nuovi attori marginali, ma sempre importanti ai fini della trama) un numero considerevole per una serie così breve. Solo uno di loro, Baku (interpretato da Ryeoun), riesce davvero ad emergere. La sua vicinanza a Si-eun — entrambi portatori di un rifiuto profondo verso la violenza, ma intrappolati in un contesto che non offre alternative — crea uno dei pochi legami nuovi realmente efficaci.

Spezzare il ciclo: la violenza e le sue conseguenze

Uno dei temi centrali di Weak Hero Class, che attraversa entrambe le stagioni, è la necessità — o meglio, l’urgenza — di spezzare il circolo vizioso della violenza. La prima stagione si chiude con un’immagine potente e dolorosa: Su-ho in coma, vittima di un’aggressione brutale e dei tradimenti che ne sono stati la miccia. Questo evento segna un punto di svolta per Si-eun, che decide di allontanarsi dalla violenza, facendosi una promessa: non combattere più. Non alzare più le mani, non rispondere con gli stessi strumenti che lo hanno reso vittima e carnefice allo stesso tempo.

Ma è una promessa impossibile da mantenere. Perché l’ambiente in cui Si-eun si muove — una scuola che dovrebbe essere un luogo sicuro, e invece si rivela un microcosmo marcio, gerarchico, dominato dal più forte — non concede vie d’uscita. La violenza non è solo fisica, è strutturale, quasi sistemica. È nel modo in cui si instaurano i rapporti di potere, nella complicità degli adulti assenti, nel silenzio che circonda chi subisce. In questo senso, la seconda stagione mette ancora più in evidenza quanto la volontà personale conti poco quando il contesto non ti lascia alternative.

E, senza fare spoilers, anche la seconda stagione termina con una grande nota amara che fa intendere che questo circolo vizioso non è mai destinato a spezzarsi.

Baku, tra i nuovi personaggi, è l’unico che riesce a entrare davvero in risonanza con questo conflitto. Come Si-eun, anche lui rifiuta la violenza come unica soluzione, ma allo stesso tempo si trova disarmato davanti alla complessità del mondo che lo circonda. Il suo personaggio rappresenta bene la dissonanza tra ideali e realtà, e proprio per questo è uno dei pochi nuovi volti a lasciare un segno autentico.

Baku (o Park Humin, interpretato da Ryeoun). Immagine di Netflix.

Una soundtrack che lascia il segno

Così come la regia è rimasta impeccabile, anche la colonna sonora conserva quella cura artigianale che l’aveva resa uno degli elementi più distintivi della prima stagione. Firmata da Primary, produttore musicale noto per la sua sensibilità e precisione stilistica, la soundtrack accompagna lo spettatore senza mai sovrastare, accentuando i momenti emotivi con delicatezza e intensità.

Impossibile non menzionare Hero, la sigla e canzone principale di entrambe le stagioni, cantata da Meego e prodotta sempre da Primary. È molto più di un brano d’apertura: è una dichiarazione d’intenti emotiva. La voce roca e pungente di Meego riesce a condensare, in pochi minuti, tutto il carico emotivo della serie — il pentimento, il tradimento, ma soprattutto quella stanchezza lancinante di dover sempre combattere. Che sia con le mani, contro gli altri, o dentro se stessi, contro le proprie fragilità e i propri limiti. Hero non è solo una canzone: è il grido sommesso di chi, pur volendo fermarsi, non può permetterselo. Eppure, nonostante tutto, quella voce racconta anche un tentativo — fragile, incerto, ma ostinato — di cercare pace. Una pace che non può essere trovata da soli, ma solo appoggiandosi agli altri, creando connessioni autentiche, anche in mezzo al dolore.

Una stagione necessaria, ma non indimenticabile

Weak Hero Class 2 non è una visione da sottovalutare. Anzi, riesce in molti aspetti a mantenere coerenza stilistica e narrativa con quanto costruito nella prima: la regia resta solida, la colonna sonora è potente ed evocativa, e il cuore emotivo della storia — il trauma, il rifiuto della violenza, la solitudine — rimane intatto. Tuttavia, non riesce a toccare le stesse vette della stagione d’esordio.

Il motivo è da ricercare principalmente nel ritmo narrativo: condensare l’intero webtoon originale in soli otto episodi ha imposto una velocità che va a discapito della profondità. I nuovi personaggi non hanno abbastanza spazio per respirare, i conflitti si risolvono troppo in fretta, e le sfumature emotive — che erano state la forza della prima stagione — si perdono per strada. Nonostante qualche bel momento e un personaggio come Baku che riesce a emergere con forza, la stagione si chiude lasciando una sensazione di “opportunità solo in parte colta”.

Il finale, però, potrebbe dare spazione ad una possibile terza stagione. A differenza delle precedenti, però, sarebbe completamente originale, poiché il materiale del webtoon si esaurisce qui. Una scelta rischiosa, ma anche un’occasione: se si decidesse di proseguire, si aprirebbe lo spazio per esplorare più a fondo le conseguenze di tutto ciò che è accaduto finora. Ma per farlo, servirebbe rallentare, ascoltare di nuovo il silenzio tra un pugno e l’altro. Quello in cui Weak Hero Class ha sempre trovato la sua voce più forte.


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