Ogni anno, il 18 maggio, la Corea del Sud commemora uno degli eventi più tragici e significativi della sua storia moderna: la rivolta di Gwangju del 1980. Una sollevazione popolare repressa con estrema violenza, ma che avrebbe piantato i semi della democrazia nel paese. Ma per comprendere appieno il significato di questa data, è necessario fare un passo indietro.

© Korea Resource Center

Come si arrivò alla rivolta?

La scintilla che accese la miccia fu l’assassinio del presidente Park Chung-hee, avvenuto il 26 ottobre 1979 per mano del direttore dei servizi segreti, Kim Jae-gyu. Dopo quasi due decenni di regime autoritario che portò il paese ad una crescita economica esponenziale, e con la controversa Costituzione Yusin in vigore, che conferiva al presidente poteri quasi totali, caratterizzata da una forte repressione politica e di libertà di espressione, il paese entrò in una fase di incertezza politica. Molti speravano in una transizione democratica, ma la realtà fu ben diversa.

Il colpo di Stato del 12 dicembre

Il 12 dicembre 1979, il generale Chun Doo-hwan attuò un colpo di Stato de facto, assumendo illegalmente il controllo della KCIA (Agenzia di intelligence coreana, istituita durante l’era di Park Chung-Hee) e rafforzando il proprio potere all’interno delle forze armate. In quel periodo, le università riaprirono, ma l’atmosfera nei campus era tutt’altro che libera: professori e amministratori ritenuti ostili al vecchio regime venivano sorvegliati, le attività politiche erano represse, e il malcontento cresceva.

Le disuguaglianze economiche e sociali erano alle stelle, e l’intero paese viveva ancora sotto la legge marziale. Chun, anziché allentare la presa, proseguì con una repressione ancora più dura.

Chun Doo-hwan nel 1978 (Yonhap via AP)

Le proteste studentesche

La frustrazione esplose nelle università. Circa 100.000 studenti si riversarono nelle strade chiedendo la fine del sistema Yusin, la revoca della legge marziale e le dimissioni del primo ministro Choi Kyu-hah. Ma il 16 maggio le proteste furono fermate. Il giorno successivo, Chun proclamò il Decreto n. 10, estendendo la legge marziale a tutto il paese, chiudendo le università e arrestando importanti leader dell’opposizione, tra cui Kim Dae-jung, politico carismatico originario del sud-ovest e simbolo di speranza per molti cittadini, in particolare nella regione di Jeolla.

Gwangju: centro della resistenza

Gwangju, capoluogo della regione del Jeolla meridionale, storicamente marginalizzata e penalizzata nei finanziamenti pubblici, diventò il cuore della rivolta. Il 18 maggio, gli studenti dell’Università Nazionale di Chonnam scesero in piazza per protestare contro l’arresto di Kim Dae-jung. La risposta del governo fu brutale: le truppe speciali (paracadutisti) furono inviate per reprimere le manifestazioni. I soldati picchiarono studenti e civili, provocarono feriti gravi e innescarono un’ondata di rabbia collettiva.

La violenza dei militari spinse i cittadini a unirsi agli studenti. Fu un’insurrezione totale: centinaia di civili si armarono e riuscirono a respingere temporaneamente l’esercito dalla città. Gwangju fu sotto il controllo dei manifestanti per alcuni giorni, un esperimento di autogoverno e resistenza popolare.

Cittadini di Gwangju scendono nella piazza di Gwangju per protestare. © May 18 Memorial Foundation.

Il massacro

Il 27 maggio, l’esercito tornò a Gwangju con forza schiacciante. Le truppe fecero irruzione nella città all’alba, usando armi pesanti contro i civili. Il numero ufficiale delle vittime parla di circa 200 morti, ma testimoni, sopravvissuti e studi indipendenti stimano tra 1.000 e 2.000 vittime. Fino a oggi, il numero esatto rimane controverso.

Eredità e memoria

Il massacro di Gwangju è uno dei traumi collettivi più profondi della Corea del Sud. Per anni, il governo ha tentato di occultare l’accaduto, etichettando i ribelli come sovversivi o comunisti. Solo negli anni ’90, con l’avvento della democrazia e la presidenza di Kim Dae-jung (liberato nel 1982 e poi eletto presidente nel 1997), è stato possibile iniziare un processo di riconciliazione e verità.

Immagine di Na Kyung-taek

Nel 1997, il 18 maggio è stato dichiarato giornata nazionale di commemorazione. Un monumento e un museo sono stati costruiti nel cimitero di Mangwol-dong a Gwangju, dove riposano molte delle vittime.

Conclusione

La rivolta di Gwangju non fu solo un momento di ribellione contro un regime militare, ma un punto di svolta nella storia democratica della Corea del Sud. Ha dimostrato che il popolo, unito nella sua richiesta di libertà e giustizia, può resistere anche alle più brutali forme di oppressione. Oggi, il sacrificio dei cittadini di Gwangju viene ricordato non solo come una tragedia, ma come l’inizio della lunga marcia verso la democrazia coreana.


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