di Olga Nistorica

Mr. Park Chan-wook è tornato al cinema.

Tra i nomi più attesi di questa edizione del Festival del Cinema di Venezia, il maestro del cinema sudcoreano ha presenziato alla Mostra con la sua nuova e brillante creatura: No Other Choice.

Le aspettative erano ovviamente molto alte, soprattutto dopo il successo di Decision to Leave (2022). Aspettative che sono state pienamente ricompensate per chi ha avuto la fortuna di vedere il lungometraggio al Lido. Immediatamente elogiato dalla critica internazionale fin dalla première mondiale, era chiaro che il giorno successivo l’anticipazione fosse salita alle stelle tra cinefili e pubblico generale. Chi conosce il cinema sudcoreano e, in particolare, quello di Mr. Park, sa bene quanto sia raro e prezioso poter vedere in anteprima una sua opera: tanta è la venerazione che si ha nei suoi confronti.

E mentre eravamo in fila per vedere il film – una fila lunghissima – non è passata inosservata la presenza delle telecamere di SBS, uno dei principali broadcaster televisivi sudcoreani, pronte a documentare la marea di persone trepidanti di gustarsi l’ultima deliziosa creazione del loro “national pride”.

Quando la disoccupazione ci porta al limite

(Nuovo) adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake, No Other Choice porta sullo schermo tematiche attualissime, tanto per la Corea del Sud quanto per il resto del mondo: il sistema capitalista, imperfetto e spietato; la disoccupazione e i suoi effetti psicologici; la perdita dello status sociale e del benessere economico. Ma il film è anche una riflessione profonda sulla debolezza e la forza dell’essere umani, imperfettamente umani.

Cosa accadrebbe se perdessi all’improvviso il posto di lavoro nell’azienda in cui hai lavorato per 25 anni? E cosa accadrebbe se dovessi – ovviamente – rimetterti in gioco, ripartire da zero… Deprimente, vero?

Oggi il mondo del job hunting è spietato: colloqui sempre più complessi, posizioni inadatte al proprio profilo, una concorrenza spesso più “adatta” alla mansione. Una realtà condivisa da molti. Sarebbe utile conoscere la concorrenza, sapere chi sono e quali sono le loro competenze, no? Sarebbe bello, magari, poter far sparire la competizione e avere la strada libera.

E allora… perché non eliminarla davvero? Letteralmente.

È questo lo scenario in cui si ritrova il protagonista del film. Interpretato dal sempre eccellente Lee Byung-hun, che dimostra di sapersi muovere contemporaneamente tra drammatico e comico, You Man-soo è  un padre di famiglia di mezza età, licenziato dopo il passaggio della sua azienda cartaria a una proprietà americana. Con 25 anni di esperienza, trovare un nuovo impiego non dovrebbe essere difficile, eppure i mesi passano senza risultati. Anche la sua famiglia inizia a subirne le conseguenze: le liquidazioni si assottigliano, e con esse il tenore di vita a cui erano abituati. Bisogna inevitabilmente fare sacrifici: trasferirsi in una casa più piccola è un compromesso, affidare i cani ai nonni è una necessità, i corsi di ballo e di tennis della moglie vanno cancellati, così come l’abbonamento a Netflix va disdetto. Ma queste non possono essere soluzioni permanenti. Il benessere della famiglia dipende da  Man-soo, e tornare allo stile di vita di prima è l’unica opzione contemplata. Un lavoro da magazziniere non è la risposta. L’unica soluzione possibile è trovare un nuovo impiego nello stesso settore, quello cartario. Anche se è in crisi. Anche se le posizioni sono pochissime. È ciò che sa fare meglio, è la sua identità. I carichi del supermercato non sono il suo mondo: lui è fatto di carta e macchinari, non di scaffali e muletti.

E come un molare infetto che continua a pulsare, il desiderio di tornare alla vecchia vita diventa per Man-soo un’ossessione a cui trovare rimedio. Ma i professionisti al suo livello sono troppi. La concorrenza è alta. Che fare?
L’uomo si ingegna. Studiare i rivali non è sufficiente. Conoscere le loro competenze non è abbastanza. Meglio assicurarsi che non ci siano altri candidati. In modo definitivo. Permanente.

Come nel capitalismo, dove il libero mercato impone di eliminare i competitor, anche Man-soo decide di fare lo stesso. Il protagonista inizia così una caccia all’uomo. Spietata, sì, ma anche goffa. Perché non c’è nulla di più “divertente” (in senso tragico) di vedere un uomo al limite cercare di uccidere la concorrenza… nel modo più umano possibile. L’average Kim di turno diventa killer. E tutto può andare storto. Ma non c’è altra scelta. There is no other choice, ovviamente.

Meglio sporcarsi un po’ le mani, piuttosto che rimanere disoccupati a vita, no? Anche se di sangue. E mentre il molare di Man-soo si infetta sempre di più, proprio come il ritratto di Dorian Gray si decompone, il nostro anti-eroe rimane sorprendentemente umano. E imperfetto.

Il cinema di Park Chan-Wook trasformato

Da drama a thriller, fino a comedy: No Other Choice si trasforma continuamente.  Nel cinema coreano, l’umorismo non manca mai, neppure quando si affrontano temi duri come disuguaglianze sociali, privilegi, povertà, suicidio, omicidio e capitalismo.

La tensione iniziale si dissolve gradualmente, e il secondo atto del film assume i toni quasi di una commedia pura. Una  vera sorpresa, soprattutto considerando che questo lato del regista non era emerso in passato. Chi avrebbe mai immaginato di ridere di gusto guardando un uomo disoccupato intento a eliminare i propri rivali lavorativi? Eppure, eccoci qui. No Other Choice è un piatto diabolicamente dark e delizioso, una perfetta fusione di leggerezza e intensità, di serietà e ironia.

Park Chan-wook ha sempre portato sullo schermo storie avvincenti e complesse, capaci di esplorare le mille sfumature dell’animo umano. Siamo abituati a vedere nei suoi film protagonista la violenza (la Trilogia della Vendetta ne è un esempio lampante), ma anche dove la violenza e l’amore si intrecciano in modo ossessivo. Qui, però, sembra emergere un nuovo volto del maestro: quello in cui l’ironia prende il sopravvento, o quantomeno un posto importante.

Senza voler forzare il paragone, ma No Other Choice è il Parasite di Park Chan-wook. Un accostamento emerso tra critica e pubblico festivaliero: e, sebbene Park e Bong Joon-ho siano registi molto diversi, entrambi hanno saputo raccontare in modo efficace, in questi due film, lo stesso problema attuale — il capitalismo spietato ma “liberale”. Chi conosce la Corea del Sud sa quanto sia profonda la crisi occupazionale, quanto il sistema sia ultra-competitivo e carico di diseguaglianze. In una società in cui il valore di una persona è strettamente legato al lavoro, allo status e all’essere affermati, ad avere una bella famiglia, una grande casa, un giardino, e per i coreani l’immancabile carne, perdere il lavoro può diventare un inferno psicologico.

Park racconta questa società ansiosa con la sua cinepresa, restando fedele al suo stile minuzioso. È un osservatore lucido della psiche umana e un analista eccellente di causa ed effetto. Anche quando le scene sembrano spontanee, sono in realtà frutto di un perfetto chaos controllato. Come già in Decision to Leave, anche qui il regista sperimenta: con angolazioni insolite, piani sequenza interessanti, dissolvenze peculiari, esposizioni multiple, un montaggio rilassato ma ben studiato. Il risultato è spesso mozzafiato. Un Park Chan-Wook sempre sul pezzo, innovativo, ben studiato e interessante anche l’uso della musica nel film, un mix di musica classica e classici della musica coreana. Forse le valenze di questi brani verranno perse alle orecchie occidentali, ma siamo certe che ciò non accadrà al pubblico coreano. Se la trama è semplice e “classica”, così non deve essere anche il lato più tecnico del suo lavoro.

Una piccola pecca? L’uso evidente del green screen in alcune scene. Per chi conosce il cinema coreano, non è nulla di insolito, ma in un’opera d’autore di questo livello può stonare leggermente. È comunque una scelta più artistica che tecnica. E nulla che possa compromettere l’efficacia complessiva.

Nonostante l’umorismo permei gran parte del film, gli ultimi minuti ci riportano bruscamente alla realtà. Il divertimento ha fine. Mr. Park ci riporta con i piedi per terra, non più in questa “magia cinematica”. Torniamo al mondo reale: competitivo, nichilista, crudele, in continua trasformazione. Essere licenziati è una realtà. Basta solo che non succeda a noi.

Breve accenno riguardo al cast eccellente, capitanato dal sempre grande Lee Byung-hun e dalla bravissima Son Ye-jin, a cui si affiancano Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won, e una breve comparsa di Yoo Yeon-seok (piccola reunion di Mr. Sunshine). Attori che dimostrano di essere all’altezza del maestro e al suo totale servizio. E pur avendo anche piccole scene, sanno destreggiarsi abilmente nel filo narrativo del film, elevando la qualità del lungometraggio.

No Other Choice but to love it

Che dire, alla fine, di questo film?
Siamo di fronte a un’altra eccellente prova del maestro Park-ssi. No Other Choice non lascia altra scelta che amarlo. E di volerlo rivedere, ancora e ancora. Forse non sarà un capolavoro, forse non diventerà il vostro n.1 nella filmografia del regista. Magari non vi sembrerà all’altezza del vostro favourite Oldboy, forse non vi trasporterà come Decision to Leave, e non vi sembrerà ipnotizzante quanto The Handmaiden, né vi scioccherà quanto Thirst. Ma lo apprezzerete comunque. Sicuramente.

Perché, alla fine, chi è davvero la concorrenza di Mr. Park Chan-Wook? (Non contando Mr. Bong Joon-ho, ovviamente.)

Se trovate la risposta, fatecelo sapere.

Voto: ★★★★½


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