di Alice Venturi

Dal 17 al 26 settembre 2025 si è svolta la 30ª edizione del BUSAN International Film Festival (BIFF). Un anniversario tondo, quello di quest’anno, che ha portato con sé una grande novità: per la prima volta dalla sua nascita nel 1996, il festival ha assunto un carattere competitivo. Hanno debuttato così i nuovi “Busan Awards”, che comprendono categorie come Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore e Miglior Attrice, tra le altre. La giuria, presieduta dal maestro del cinema horror coreano Na Hong-jin, ha assegnato il premio per il Miglior Film a Gloaming in Luomu del regista sino-coreano Zhang Lu – una scelta che segna un momento storico per il BIFF e che entra di diritto negli archivi più significativi della kermesse sudcoreana. 

Anche noi di Moksori Magazine eravamo presenti al BIFF 2025. Per ragioni logistiche non siamo riuscite a seguire tutte le proiezioni in programma (speriamo di recuperarle nel 2026, magari tra il Far East Film Festival di Udine, il Florence Korea Film Fest o l’Asian Film Festival di Roma!). Tuttavia, tra i film che abbiamo avuto il piacere di vedere, due ci hanno colpito in modo particolare: il documentario Ikaino di Lee Wonsik e la commedia The Gorals di Yoo Jaewook. Di seguito le nostre brevi recensioni delle due opere. 

Ikaino: uno sguardo intimo alla comunità coreana in Giappone

Partiamo con quella che è forse l’opera che più ci è rimasta impressa: Ikaino di Lee Wonsik. Si tratta di un documentario che prende il titolo da un quartiere di Osaka che, durante il periodo di occupazione giapponese della Corea, rappresentò un rifugio per i coreani in fuga dal Paese del Calmo Mattino. Questi venivano chiamati zainichi (在日, “in Giappone”), termine che si riferisce esclusivamente ai coreani emigrati in Giappone prima del 1945 e stabilitisi lì in modo permanente. 

Cinquant’anni fa, il nome Ikaino è stato rimosso dai registri ufficiali e sostituito dal più moderno Korea Town. Tuttavia, come ci mostra il documentario, dimenticare una parola significa cancellare un pezzo di storia — e con esso la memoria collettiva di centinaia di migliaia di coreani zainichi. È per questo che il film sceglie di riappropriarsene, dando voce a quattro generazioni di coreani zainichi che, dal primo Novecento a oggi, continuano a sopravvivere in un clima segnato da discriminazioni e continua ricerca di identità.

Ikaino è un documentario pensato per chi nutre interesse verso la storia coreana, ma anche per chi ama le storie di resilienza. Con una struttura narrativa dinamica e coinvolgente, il film apre una finestra su una comunità di cui raramente si parla. Attraverso le testimonianze di un’anziana signora, di un uomo che è quasi entrato a far parte della yakuza e di una giovane donna, veniamo introdotti a una realtà che ancora oggi deve confrontarsi con un diffuso sentimento anti-coreano in Giappone.

Il documentario attraversa decenni di storia: dall’era coloniale giapponese alla liberazione, dalla Rivolta del 3 aprile di Jeju alla Guerra di Corea, fino al rimpatrio dei coreani zainichi nella Corea del Nord e ai giorni nostri, in cui convivono odio razziale e Korean Wave. Al centro del racconto emergono domande profonde sulla coreanità: quanto è – ed è stato – importante per gli zainichi preservare la propria identità culturale?

È stato sorprendente, per noi, osservare come i coreani zainichi sembrino più legati alle loro radici di quanto non lo siano molti connazionali rimasti in patria. Interessante – e a tratti commovente – è anche la riflessione sulla loro posizione durante la divisione della Corea: tra chi si schierò con il Nord, chi il Sud e chi invece rifiutò di scegliere, restando fedele all’idea di un’unica Corea.

Ikaino non è solo un documento storico, ma un atto di memoria e appartenenza. Un film che ci invita a riflettere su cosa significhi davvero “casa” e su quanto la lingua, la cultura e la storia restino punti cardinali anche per chi vive lontano dalle proprie origini.

Giovani donne e la ricerca della propria strada al centro del film indipendente The Gorals

Da alcuni anni l’industria cinematografica sudcoreana affronta una fase di siccità produttiva, conseguenza diretta dei tagli ai fondi destinati al settore. A farne le spese, come spesso accade, è soprattutto il cinema indipendente. Tra i titoli recenti, se ne contano pochi davvero degni di nota, capaci di distinguersi per originalità e solidità artistica. Lo ammettiamo: anche alla 30ª edizione del BIFF la situazione non è apparsa molto diversa.

Tuttavia, nel mare di opere minori, una piccola sorpresa è arrivata con The Gorals di Yoo Jaewook — un film che, pur nella sua semplicità, riesce a raccontare con sincerità la confusione e la bellezza dell’adolescenza.

Al centro della storia troviamo quattro studentesse dell’ultimo anno di liceo, alle prese con la domanda più temuta di tutte: “Cosa vuoi fare del tuo futuro?”. Il film si apre con una scena emblematica: le ragazze vengono convocate da un’insegnante preoccupata dopo aver scoperto che tutte avevano consegnato in bianco il tema assegnato proprio su quel quesito. Da lì, The Gorals si trasforma in un racconto di amicizia femminile e scoperta di sé, dove il legame tra le protagoniste nasce da un comune senso di smarrimento — quel sentimento universale di chi, a diciott’anni, è costretto a scegliere un percorso di vita prima ancora di conoscersi davvero.

A unire le quattro ragazze è anche il loro amore per gli animali. In-hye, una di loro, gestisce con cura un piccolo allevamento di anatre, conigli e galline nel cortile della scuola. Quando l’amministrazione decide di smantellarlo, le ragazze organizzano una missione di salvataggio, trasferendo gli animali in un bosco ai margini della città. È qui che il film trova il suo tono più sincero: tra momenti di leggerezza e goffe peripezie, la loro avventura diventa un atto di resistenza contro la pressione sociale e la paura di fallire.

Come suggerisce il titolo, la metafora delle capre di montagna (gorals) attraversa l’intero racconto: proprio come questi animali, le protagoniste si muovono tra ostacoli e sentieri selvaggi, cercando un equilibrio precario ma necessario per sopravvivere al passaggio verso l’età adulta.

Tutto sommato, The Gorals è un film tutto al femminile, semplice ma autentico, capace di emozionare e di offrire uno sguardo empatico sull’incertezza giovanile. Purtroppo però, non possiamo trattenerci dal fare una piccola critica: tutte e quattro le protagoniste sembrano mancare di profondità emotiva. La scrittura superficiale dei personaggi fa sì che, di conseguenza, anche alcune tematiche potenzialmente ricche ed interessanti che il film sembra voler portare all’attenzione dello spettatore – come l’immigrazione in Corea – si perdano e restino appena accennate.

Ad ogni modo, The Gorals non reinventa il genere del coming of age, ma ne restituisce la freschezza originaria. È un piccolo film che parla con sincerità, ricordandoci che per crescere non serve avere tutte le risposte — a volte basta solo avere il coraggio di restare, per un po’, nel dubbio.


Scopri di più da Moksori Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Scopri di più da Moksori Magazine

Iscriviti alla nostra Newsletter per non perdere nemmmeno un articolo!

Continua a leggere