Park Chan-wook è il regista che, più di ogni altro, ha saputo sviscerare con violenta intensità una società divisa e traumatizzata, esplorando con estrema e profonda intimità la complessità dell’animo umano. Nel corso della sua lunga carriera, avviata ormai trent’anni fa, il regista sudcoreano ha costruito un mondo cinematografico unico nel suo genere, portando sullo schermo storie fuori dall’ordinario, raccontate con uno stile tanto riconoscibile quanto ormai distintivo. 

Park Chan-wook è un regista che ha fatto dell’eleganza formale e della potenza visiva il punto di forza della sua filmografia. Da quasi tre decenni, nelle sue opere, Park Chan-wook ha messo a nudo la società e la natura umana nei suoi aspetti più viscerali e nascosti.

Sin dal debutto come regista di culto fino ai lavori più recenti, Park Chan-wook ha sfidato le convenzioni, offrendo al pubblico storie che non solo conquistano, ma che pongono anche interrogativi importanti morali. I suoi film approfondiscono gli aspetti più torbidi dell’esistenza, suscitando stati d’animo che, pur affascinando, non posso in qualche modo anche inquietare.

La tematica ricorrente che permea la sua filmografia è il conflitto, che sia esso violento, interiore, esplicito o sottilmente costruito; un viaggio attraverso il lato oscuro della psiche umana. Con uno stile visivo inconfondibile, Park Chan-wook è riuscito a fondere lirismo e brutalità, creando un universo cinematografico unico, dove ogni fotogramma non è solo un atto estetico, ma anche un profondo studio psicologico.

Il film degli inizi

La carriera di Park Chan-wook inizia negli anni ’90, quando il regista coreano conquista l’attenzione internazionale con il film Joint Security Area (2000). Questo dramma poliziesco, ambientato lungo la zona demilitarizzata che segna il confine tra le due Coree, rappresenta il suo primo grande successo, sia di critica che commerciale, e segna l’inizio della sua lunga ascesa nel panorama cinematografico.

Joint Security Area esplora le conseguenze della dolorosa divisione tra i due paesi, concentrandosi sul lato umano del conflitto. La storia, che racconta di una fratellanza nata tra chi dovrebbe considerarsi “nemico”, è un’esplorazione della complessità delle relazioni umane in un contesto segnato dalla violenza e dalla sfiducia. È qui che Park Chan-wook introduce per la prima volta quelle antitesi che diventeranno leitmotiv in tutta la sua filmografia: violenza e vulnerabilità, conflitto e solidarietà.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo DMZ di Park Sang-yeon, è ambientata nella frontiera che separa la Corea del Sud dalla Corea del Nord, in una striscia di terra larga pochi chilometri. In questo territorio, due piccole guarnigioni si fronteggiano, separate solo da un ponte che può essere attraversato in qualsiasi momento. Il film prende avvio con un’indagine su un incidente che minaccia la fragile tregua tra le due nazioni, sviluppandosi poi in una ricerca complessa e intricata delle verità nascoste dietro quell’evento. Con grande spirito riflessivo, JSA (Joint Security Area) denuncia l’insensatezza della guerra, offrendo al contempo un toccante omaggio all’amicizia che riesce a superare ogni barriera. Un legame che, purtroppo, si conclude tragicamente, ma che al contempo infonde una speranza, seppur ambigua.

Joint Security Area può essere considerato il film che segna l’ingresso ufficiale di Park Chan-wook tra i registi più rilevanti del cinema coreano di oggi. Sebbene rispetto ai suoi successivi lavori questo film possa apparire più acerbo e ancora alle prime armi, JSA rappresenta un punto di partenza fondamentale e uno dei titoli che ha contribuito ad aprire la nuova era del cinema coreano.

La consacrazione del regista coreano

Sebbene Park Chan-wook avesse già dato prova di una grande cifra stilistica in diversi film, è con quella che ex-post è stata definita la “trilogia della vendetta” che ottiene finalmente la consacrazione internazionale, conquistando un vasto pubblico e affermandosi tra i registi più importanti del panorama cinematografico globale.

Il primo capitolo della trilogia, Sympathy for Mr. Vengeance (2002), introduce una visione cruda e riflessiva del desiderio di vendetta, che sarà il filo conduttore degli altri due film. Questo dramma, profondamente umano, esplora la spirale di violenza e alienazione che nasce quando un torto ingiustificato si trasforma in un circolo vizioso di azioni sproporzionate. La storia di Ryu, un ragazzo sordomuto disposto a tutto per salvare la sorella, inclusa entrare nel pericoloso commercio illegale di organi, è un viaggio straziante verso l’autodistruzione, che culmina in un rapimento che scatenerà una sanguinosa scia di vendetta. La narrazione di Sympathy for Mr. Vengeance è alquanto spoglia: il film non è spettacolare a livello visivo, ma austero, a riflettere la desolazione interiore dei protagonisti. Tuttavia lascia un’impronta indelebile: raccontando l’inesorabile discesa verso la rovina vuole riflettere sull’impossibilità di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni.

La consacrazione con Oldboy

Ma è con Oldboy (2003) che Park Chan-wook raggiunge l’apice del suo talento narrativo e stilistico. Questo thriller psicologico, tratto dall’omonimo manga, è considerato uno dei capolavori del cinema moderno: non è solo diventato un cult, ma ha anche rivoluzionato il genere, portando sullo schermo una trama intricata, una filmografia memorabile e una storia tanto disturbante quanto disarmante. La trama intricata racconta di Dae-su, un uomo rapito e imprigionato per quindici anni senza un motivo apparente, si evolve in una storia di vendetta personale che culmina in un finale scioccante e tragico. La violenza in Oldboy è parte integrante della cupa e disperata essenza della storia che tesse, ma è soprattutto l’approccio visivo, con alcune delle scene più iconiche della storia del cinema, ad aver fatto la differenza. 

Il film è una fusione di brutalità e lirismo e la sua capacità di colpire emotivamente lo ha consacrato come uno dei film più influenti del panorama contemporaneo. Premiato al Festival di Cannes con il Gran Premio della Giuria, Oldboy non solo ha conquistato da subito la critica, ma ha anche portato Park Chan-wook sulla scena internazionale, facendolo conoscere ben oltre i confini asiatici.

Nel terzo capitolo della trilogia, Lady Vengeance (2005), Park Chan-wook esplora il tema del perdono, della giustizia e del conflitto interiore tra il desiderio di vendetta e la necessità di riappropriarsi della propria umanità. Geum-ja è una donna che ha trascorso anni in prigione per un crimine che non ha commesso, e il suo ritorno alla libertà segna l’inizio di un percorso di vendetta contro l’uomo che le ha distrutto la vita. In Lady Vengeance, l’estetica e il ritmo della narrazione rispecchiano la psiche spezzata della protagonista in un perfetto riflesso della visione di Park Chan-wook, in cui la vittima si trasforma in carnefice e la corsa alla vendetta non ha mai un vero vincitore. 

La “trilogia della vendetta” non si limita a esplorare il concetto di vendetta come forza narrativa che esiste di per sé; si pongono le basi per una sorta di fisiologia stessa della vendetta. La nozione di vendetta è una metafora culturale e psicologica usata per osservare i processi dell’animo umano.

I lavori meno conosciuti e le ultime opere

Il fascino della filmografia di Park Chan-wook si estende ben oltre i suoi film più celebri. Sebbene sia conosciuto per il suo stile viscerale e la sua maestria nell’esplorare la condizione umana nei suoi angoli più oscuri e nelle sue contraddizioni, il regista sudcoreano seduce anche con opere che sfidano le aspettative, affrontando temi moralmente disturbanti e socialmente complessi. Lavorando anche con più generi, ogni suo film è un’occasione per esplorare la psicologia dei suoi personaggi, conferendo profondità emotiva anche ai ruoli più estremi. È proprio per questo che Park Chan-wook è considerato un maestro capace di mettere in discussione le nostre convinzioni morali per confrontarsi con le sfumature più sottili dell’animo umano. Anche i lavori meno conosciuti del regista offrono uno spunto di riflessione profonda sulle emozioni umane, con un’attenzione particolare al desiderio, alla solitudine, alla moralità e all’ossessione.

I’m a Cyborg, But That’s OK (2006) si discosta notevolmente dal suo stile abituale, ma resta una testimonianza di un approccio unico alla narrazione. Questo film rappresenta una vera e propria deviazione dal suo repertorio più crudo e violento, e abbraccia il genere della commedia romantica, ma con una marcata impronta surreale e psicologica. La protagonista, Yeong-woo, è una giovane donna che, dopo un trauma psicologico, sviluppa la convinzione di essere un cyborg. In un ospedale psichiatrico incontrerà Il-sun, un paziente affettuoso e strano, che tenterà di aiutarla a superare la deviazione. Il film è una riflessione che intreccia i temi della salute mentale, dell’isolamento e della connessione umana, ma anche dell’alienazione dalla società, con effetti stilistici surreali che sfumano i confini tra il mondo interno ed esterno dei personaggi.

Thirst (2009) invece, è una rivisitazione del mito del vampiro che mescola horror, dramma e romance. In questo film, la trasgressione è il motore della trama ed è presente in ogni aspetto: dalla violenza fisica alla lussuria, dalla condizione di santità alla degenerazione demoniaca nella transizione di Sang-hyun da una figura “pura” di frate a una completamente perversa. Non è solo una storia di vampiri, ma di un’analisi della discesa di un uomo verso la sua autodistruzione, una riflessione a 360° sulla fragilità umana, sulla lotta tra corpo e anima, e sulla fede; temi intrecciati alla riflessione sulla complessità del desiderio e della moralità.

Con The Handmaiden (2016), Park Chan-wook ritorna alla sua estetica più sensuale ed erotica, offrendo una riflessione potente e provocatoria sul desiderio e sul controllo. Adattando il romanzo Fingersmith di Sarah Waters, il film è ambientato nella Corea del Sud degli anni ’30, sotto l’oppressione giapponese, e racconta la storia di un amore lesbico, platonico e carnale, che si intreccia con inganni, manipolazioni e tradimenti. The Handmaiden si distingue per la sua intensa carica erotica, ma anche per la sua capacità di affrontare in modo esplicito le dinamiche di classe e identità, pur mantenendo la suspense tipica dei suoi lavori precedenti.

Decision to Leave (2022) segna una maturazione nello stile di Park Chan-wook: è un thriller romantico, più riflessivo e meno violento rispetto alle sue opere precedenti, ma non per questo meno angosciante. In questo film il regista esplora il confine sottile tra giusto e sbagliato, come quello tra passione e ossessione. La trama ruota attorno alla figura di Hae-joon, un detective che indaga sulla morte di un uomo. La moglie della vittima, Seo-rae, una donna misteriosa e affascinante, diventa il fulcro dell’indagine e suscita un’attrazione crescente nel detective. Man mano che la storia si sviluppa, la linea tra la verità e la menzogna si fa sempre più labile e Hae-joon si trova presto intrappolato in un complicato gioco psicologico, in cui le certezze morali del protagonista vengono messe in discussione dalla crescente ambiguità delle sue emozioni e dai suoi sospetti. Rispetto ai film precedenti qui, Park Chan-wook, si concentra maggiormente sulla violenza psicologica, in una riflessione sulle manipolazioni emotive e sul confine tra verità e inganno.

Queste pellicole, meno conosciute e differenti per approccio, rappresentano un lato più sfaccettato e intimo del regista, ma ribadiscono la sua posizione di maestro nello studio delle dinamiche umane.

L’evoluzione di Park Chan-wook e l’attesa per No Other Choice

Un elemento fondamentale della filmografia di Park Chan-wook è il suo approccio estetico: ogni suo film è un viaggio visivo, dove la regia sfida le convenzioni del linguaggio cinematografico moderno, per raccontare storie che risuonano profondamente sul piano emotivo. La sua capacità di manipolazione dell’elemento visivo per riflettere le tensioni psicologiche dei suoi protagonisti è uno degli aspetti più distintivi della sua opera.

Un altro tratto ricorrente nella sua filmografia è la contrapposizione tra forze opposte.

Che si tratti della distorsione della realtà in I’m a Cyborg, But That’s OK, della violenza sensuale in Thirst, della tensione erotica in The Handmaiden, o del delicato equilibrio tra amore e giustizia in Decision to Leave, Park Chan-wook si trova sempre ad esplorare le fratture tra bene e male, il desiderio e la moralità. Le sue tragedie ruotano attorno allo scontro, spesso irrisolto, fra due forze che si contrappongono.  In Joint Security Area il conflitto è principalmente politico ed esteriore, mentre in Lady Vengeance diventa un dramma puramente interiore, che però si riversa sugli altri. In Sympathy for Mr. Vengeance, il conflitto dell’uomo singolo è personale, e in Oldboy lo schema stesso viene ribaltato, con un finale che non offre risposte, ma solo interrogativi.

Ogni film di Park Chan-wook è quindi un tassello di un mosaico più ampio, dove l’abilità del regista sta nel combinare storie complesse e visivamente mozzafiato,  con una profonda riflessione su temi politici, sociali e psicologici.

Il suo ultimo lavoro, No Other Choice, rappresenta un’ulteriore evoluzione del suo stile. Questa black comedy vede come protagonista Lee Byung-hun, nei panni di Man-soo, un uomo di mezza età e padre di famiglia che, dopo aver perso il lavoro in circostanze assurde, ricorrendo a misure estreme, intraprende una lotta disperata per trovare una nuova occupazione. Il film è un adattamento del romanzo The Ax (1997) di Donald E. Westlake, che Park Chan-wook re-inserisce nella cornice della società coreana moderna, segnata dalle nuove tecnologie e dalla crescente influenza dell’intelligenza artificiale. La pellicola affronta temi universali, come la lotta per la sopravvivenza in un mondo sempre più ostile, ma lo fa attraverso una lente che indaga la condizione sociale e psicologica del protagonista, mentre riflette anche sulle dinamiche di una società patriarcale e ossessionata dall’apparenza. Come affermato dallo stesso regista, il potenziale del film sta nell’intersezione della narrativa personale con quella sociale.

Si può dire che, ad oggi, Park Chan-wook non ha mai sprecato l’occasione per regalarci un capolavoro e ha saputo costruire un linguaggio visivo e narrativo diventato un punto di riferimento per molti altri registi. La sua filmografia è un mix perfetto di introspezione psicologica, profondità emotiva, suspense e atti di violenza, capace di lasciare il pubblico in uno stato di inquietudine e subbuglio. L’analisi delle ombre della psiche umana, in un’umanità oscura e complessa, ha lasciato un’impronta indelebile nel cinema contemporaneo.

No Other Choice sarà disponibile in Italia a partire dal 1° gennaio, distribuito da Lucky Red e, se le aspettative sono alte, noi possiamo assicurarvi che il film non vi deluderà. 

articolo di Marta Mason


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